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Non contraddire chi può dispiacersene.
Se è possibile, elogia; se no, taci.
Pensa sottratte a Lui le lodi rivolte a te.

chestertonate

Il dogmatismo unisce, come una frontiera collega. Quanti magnanimi musulmani e quanti nobili cristiani sono stati più vicini gli uni agli altri, nel loro rispettivo dogmatismo, di tanti agnostici senza un credo, senza una dottrina e, in una parola, senza una casa? Un dogma è come l'ancora per una barca e come il picchetto per una tenda; il contrario di una dogma è un vago ideale, una barca alla deriva, una tenda in balìa del vento. Che un pollo possa esser mangiato e che un uomo no, è un dogma. Che tutto possa esser mangiato (almeno finché il senno di poi non ne prova la tossicità) è il contrario di un dogma. Torneremo a cibarci di carne umana, in assenza del dogma che lo vieta? È probabile, anche perché la carne umana, purtroppo, non è tossica.

Chi comincia col combattere la fede, in nome della liberta della ragione, finirà col combattere la libertà, in nome della fede nella ragione.

La grande marcia della falsificazione proseguirà. Tutto sarà negato. Sarà una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle. Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che in estate le foglie sono verdi. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l'erba e i cieli, dichiarati impossibili dall'ateo, con il coraggio del devoto. Saremo tra quanti hanno creduto, pur avendo visto.

Se l'anarchico fosse coerente, dovrebbe apprezzare il disordine anche al suo interno, anziché pretendere, dentro di lui, un rispetto così ferreo della gerarchia da giustificare il ricorso, in caso di disordine, all'olio di ricino.

memorandum

Magnopere curandum est id ut teneatur quod ubique, quod semper et quod ab omnibus creditum est (cfr. ©).

Nam res ipsa, quae nunc christiana religio nuncupatur, erat et apud antiquos nec defuit ab initio generis humani, quo usque ipse Christus veniret in carne, unde vera religio, quae iam erat, coepit appellari christiana (cfr. ©).
01/07/2009

Caro Gammal,
grazie per le belle cose che mi dici. Talmente belle, che parte delle ultime tue righe scrittemi in privato le voglio render pubbliche.
"Spero tu non soffra troppo e che Dio ti aiuti a sopportare tutto. Fa 'innamal 'usri y'usra ('Nel difficile c'è il facile'). Dio lo ripete spesso nel Corano. E nulla di quanto si soffre va perduto, serve da espiazione".
È vero, col Suo aiuto, nel difficile c'è il facile.
M'ero scordato di questo passo. La bellezza del Corano è pari a quella del Vangelo, tant'è che -.come sai - se non fossi cattolico sarei musulmano. Ma forse non c'è molta differenza, se pensi ai cristiani di Gaza (cfr. ©).

Sì, voglio vederti qui al Rizzoli, intorno al 20 luglio. Pensa che partirò da Roma in treno ed in solitudine, cioè senza la moglie, espressamente per star tranquillo con te. Volendo, giacché in chemio si ha diritto all'accompagnamento, potrai pernottare accanto a me. Non si tratta di un quattro stelle, ma il vitto e l'alloggio sono più che decorosi. Ovviamente, non parliamo di camere singole, ma con due letti (o quattro, nell'eventualità di due accompagnatori).

Ti stai riabituando a vomitatine e pannolini? Bravo nonno. Chissà se il Cielo lo concederà anche a me, visto che la Provvidenza ha fatto in modo che la mia attuale permanenza a Roma coincida col matrimonio della figlia?
Che meraviglia. Allora non era un fuoco di paglia. È perciò che la triglia ballava la quadriglia con la biglia.
Di palo in frasca, i versi erano l'unica espressione formale consentita, fino ad ieri. Sai che nel viterbese, quand'ero piccolissimo (diciamo, un secolo fa), usava ancora il cosiddetto «contrasto»? Cos'era? Un pubblico botta e risposta, nella pubblica piazza, rigorosamente in rima e rispettoso della metrica, improvvisato tra due sfidanti. Ne ricordo ancora un fulgido esempio.
- Tu, che sei poeta in nome ed in fatti
dimmi quante unghie han centomila gatti.
- E tu, che sei poeta d'alti ingegni,
attaccateli al culo e conta i segni.

Bene. Quanto sopra per dirti che la festa continua. Anche con un dito solo, anche tra un vomito e l'altro, imperterrito, L'agliuto va avanti (cfr. ©).

La Pace sia con te.
Asno
08/05/2009

Caro Asno,
oggi spiegherotti in brieve l'importanza della verginità, premessa fondamentale sia del buon matrimonio che dello scassamento lecito. Intanto, circa quest'ultimo, occorre far luce sull'origine del termine scassacazzo e, all'uopo, ci serviremo di un sonetto caudato anonimo (ma attribuito al grande Salvatore Di Giacomo).

I' credo ca sarrà 'nu giuramento
c'avarrà fatto 'sta mogliera mia,
chill'e me scassà' 'o cazzo ogne mumento,
'e juorno, 'e sera, 'e notte. È 'na manìa.
Però io penzo ca nun è sul' essa
pecché, cu quanta amice aggio parlato,
ognuno ha ditto "Ma mia moglie è 'a stessa",
quindi ccà 'nce starrà 'nu cummitato
ca certamente 'e 'mpara 'a lezïone,
diversamente nun se pô spiegà.
Me pare 'o riturnello 'e 'na canzone
ca s'o 'mparane primm' 'e î a spusà.

Farrà sicuramente: "M'hê scassata 'a fessa a mme?
E mo', naturalmente, i' scasso 'o cazzo a tte".


Ciò premesso, se ne deduce di leggieri 1) che scassare il cazzo significa rendere pen per ficaccia e 2) che trattasi d'arte concessa solo ad una moglie che siasi serbata vergine fino all'incontro col suo legittimo sposo. Ergo, lo scassamento operato da qualsivoglia figura alternativa ad una moglie pre-matrimonialmente illibata (o, nel peggiore dei casi, non pre-libata da soggetti diversi da colui che in seguito la condurrà all'altare) è uno scassamento illegittimo.
Ora, quali sono le conseguenze giuridiche del proto-scassamento autorizzato, se non quelle che permettono di scassare ope legis solo a chi venga scassato de jure? In parole povere, solo ad una coppia ortodossa di coniugi è lecito scassare, a lei letteralmente e metaforicamente, a lui solo virtualmente. Virtualmente, ma - in virtù dello scassamento effettuato una tantum letteralmente e sopportato ad libitum metaforicamente, in ambo i casi a norma di Legge - non perciò meno virtuosamente.

Triste corollario a quanto precede è constatare che il progresso, fautore del rilassamento dei costumi e del calo delle braghe, penalizzando la verginità ha depenalizzato lo scassamento illecito. Il risultato è sotto gli occhi di chiunque: scassa la nubile e scassa lo scapolo, scassa il divorziato e scassa la pluriconiugata, scassa la lesbica e scassa il gay. Tutti insieme, gay hardamente.

Bi salama.
Gammal


P.S. Dimenticavo di dirti che la mia presente è dovuta all'insulto fatto da quelli di Google (o - non sassi, né saper puossi - da quelli di Splinder) allo scarafone, qui. Chi li ha autorizzati a scassare il cazzo coi loro annunci? Secondo me, qualche frammassone ci ha messo lo zampone.
25/02/2009

Caro Gammal,
dopo lungo ruminare, ho finalmente digerito il rospo.
Non poteva finire altrimenti, peraltro, perché un cattolico che contraddica il Papa non è cattolico; se così non fosse, quale sarebbe la differenza tra me ed un protestante?
Va tutto bene, sicché. È bastato accettare le novità post-conciliari, dall'Antica Alleanza "mai revocata" (1981) ai "Fratelli maggiori nella fede" (1986). Maggiori - così Giovanni Paolo II - nel senso ontologico di "prediletti" (cfr. ©), oltre che in senso cronologico. Prediletti da noi cristiani, s'intende.
Va tutto bene. Benissimo.
Inoltre, se i fratelli maggiori sono definiti da Benedetto XVI "destinatari della Prima Alleanza" (cfr. ©), anziché dell'Antica, se ne deduce che adesso noi cristiani siamo destinatari della Seconda, non più della Nuova [che sostituisce la precedente]. Ergo, se la prima è tuttora valida, come una polizza assicurativa mai disdetta dal Padreterno, ferma restando la validità della seconda, dev'esser valida anche la terza.

 

Vedi il bello di un'aggettivazione appropriata? Laddove una Novissima Alleanza avrebbe stonato, una Terza Alleanza coi musulmani suona bene.
Esulta, dunque, vecchio mio, fratello minore di tuo fratello mezzano.* Come non c'è più bisogno di pregare pro perfidis judaeis, ormai fratelli prediletti, così non occorre più sperare nella conversione di quei birbanti di musulmani, ormai fratelli diletti.
Era ora. Lakum dinukum waliya din, "a te la tua Alleanza, al giudeo la sua e a me la mia". È la Triplice Santa Alleanza.

* Il mezzano sarei io, che sto tra il fratello minore muslimmo ed il fratello maggiore giudeo come il buco del culo sta tra la chiappa destra e quella sinistra. Non è una situazione lusinghiera, ma soddisfa l'innata esigenza d'umiltà del buon cristiano. D'altronde in parecchie lingue l'asino e l'ano vanno di pari passo.

La Pace sia con te.
Asno
23/02/2009

Caro Asno,
chiedo scusa se uso il blog come il telefono o le poste per salutarti e augurarti buone novelle.
D'altronde chi può dire quale sia il modo giusto e appropriato di usare questo genere di strumento?
Cerca di guarire se sei malato. Ma non troppo da dimenticare che lo eri, poiché la malattia, se non mortale, a volte serve a tener compagnia al cuore e a freno l'anima.
A proposito di anima, ieri ho udito tramandare una bella tradizione.

Dopo che Dio creò la prima anima (il suo "prototipo" se vogliamo dirla così) volle vederla e interrogarla. Dio dunque le chiese: "Chi sono Io?"
L'anima rispose impavida: "Chi sei Tu? E io allora, chi mai sono io?"
Dio allora decise di condannarla a quarantamila anni di silenzio e meditazione affinché riflettesse sul suo operato. Passato quel tempo (e non sappiamo cosa siano quarantamila anni presso Dio) la riconvocò e di nuovo le chiese chi Egli fosse.
Solo allora l'anima, mordendo il freno, Lo riconobbe e rispose a testa bassa: "Tu sei la Verità, il Creatore di Ogni Cosa".

Bene fratello mio, vado al lavoro, 'ché mi hanno riarruolato nell'esercito del commercio. Anzi, meglio dire nella banda, per esser in sintonia coi tempi e con chi conduce le redini di questo mondo di pazzi. Al riguardo, presso Carlo - cfr. © - mi sa che sta per aprirsi un'interessantissima discussione monetaria. Comincia tu, a parteciparvi. Appena possono, intervengono anche i quattro zoccoli restanti.

Ma'as salama.
Gammal
11/02/2009

Caro Gammal,
hai notato la solerzia con la quale anche i cattolici che dispongono di "lingue potenti - per dirla con De Andrè - allenate a battere il tamburo" se ne servono, invece, per tutt'altro scopo? Perfino quando, in un sussulto di resipiscenza, s'arrischiano ad usarla verbalmente, subito ripiegano sulla funzione emolliente o, quanto meno, su quella lubrificante.*
E così titillano, lappano e umettano di bave.
Con tutto 'sto sciacquettìo, davvero corrono il rischio di annegare la Shoà in un mare di saliva.

* Ho scritto «ripiegano», ma avrei dovuto scriver «srotolano» (a mo' di lingua di Menelik). Altrettanto potrebbe dirsi per la supposta «funzione lubrificante», del tutto incongrua in tali condizioni ("Oh! Dolci baci! - canta Cavaradossi - Oh! Languide carenze!"). Incongrua, dicevo, a meno che l'effetto voluto non sia quello lustrale, lustrante ed illustrativo dello Shoà-shine. Ma si tratta di un effetto ormai paventato dagli stessi ebrei, almeno da quelli più avveduti, perché controproducente: "Yom Hashoa should be - cfr. © - the day when we commemorate the Shoa and do so tactfully and in age-appropriate ways. We should then teach our children to turn their gaze upward, away from the Holocaust, and live joyful, enriched, value-based, mission-oriented, full, and diverse Jewish lives. [...] We need a moratorium on Shoa education, on new Shoa exhibits and museums, and we must scale back what already exists in order to make room for the true essence of Judaism and the Jewish people to shine".

Secondo me il leccatore, in questo voler leccare più di quanto il leccato richieda, tradisce la propria concupiscenza. Concupiscenza, sì, perché ci dev'essere una componente erotica nel reiterare uno slurp dopo l'altro, forse sperando nel raggiungimento di quell'attimo supremo che Paolo Guzzanti chiama "Oh! Israele!".



La Pace sia con te.
Asno
04/02/2009

Caro Asno,
stendiamo un velo di silenzio, tu sulla gerarchia ecclesiastica ed io sulle confraternite sufi. Poiché saremo giudicati con lo stesso metro col quale giudichiamo, forse è meglio sospendere il giudizio. Parliamo d'altro.
Presso Gianluca Freda ho letto un'interessante analisi sulla Danimarca (cfr. ©), interessante sia perché l'analista non è un dotto sociologo, sia perché presenta una prospettiva diversa da quella che (se pensiamo a - cfr. © - Grecia, Irlanda, Bulgaria e Lettonia) potremmo pensare la nostra futura. Te ne sottopongo un ampio stralcio (pur rinviandoti comunque all'originale), perché mi ci autorizza la seguente bella riflessione di Massimo Mazzucco. "Se internet ha una forza - cfr. © - è nella molteplicità delle voci che cantano la stessa canzone. Tale molteplicità infatti scoraggia chiunque a tacitarne una in particolare, ben sapendo che altre mille le sopravviverebbero, più unite e rabbiose ancora".
Bene. Chi ora parla è un ex-poliziotto londinese.

[...] Sono cresciuto in una zona industriale del Galles del Sud e provengo dalla categoria dei “colletti blu”. Fino a non molto tempo fa, ero un sostenitore del procedimento “democratico” ed un conservatore accanito. Il mio risveglio iniziò con il mio trasferimento in questo piccolo e freddo paese del Nord. Fino ad allora, avevo sempre adottato un punto di vista omologato e benché, facendo l’agente a Londra, mi rendessi conto dei rapidi cambiamenti che stavano avvenendo nella società, non avevo però capito quanto questi cambiamenti fossero frutto di un disegno e di una progettazione controllata, piuttosto che di naturale “evoluzione”.
[...] La prima fastidiosa caratteristica che notai è l’abitudine dei danesi di raccontare agli altri quanto sia splendida la Danimarca e quanto ogni cosa sia migliore qui che in altri posti. Iniziai a chiedermi il motivo di questo orgoglio per tutto ciò che è danese. La varietà e la qualità del cibo non era nemmeno paragonabile a quella inglese. Le infrastrutture pubbliche erano inadeguate e terribilmente lente. Il monopolio dominava ogni settore degli affari. Nessuna competizione, in nessun campo. Prodotti danesi e solo prodotti danesi [...]. Il costo della vita era pari ad almeno 2-3 volte quello della Gran Bretagna [...].
Le donne e le ragazze danesi, con poche eccezioni, hanno acquisito un aspetto quasi androgino e molte di loro sono ferocemente femministe nelle idee, nelle azioni e nel modo di fare. Gli uomini danesi sono per la maggior parte effeminati. [...] I danesi sorridono di rado e sono molto riservati, fino alla scortesia, eppure un recente sondaggio all’interno dell’Unione Europea mostra che sono il popolo più felice d’Europa. È questo che mi ha fatto mangiare la foglia.
[...] Tale è la natura insidiosa della società danese, che vanta la “libertà di parola” come diritto inalienabile (vedi il caso delle vignette su Maometto), ma allo stesso tempo condanna quella stessa “libertà di parola” nei forestieri e nei dissidenti.
[...] Verso la fine degli anni ’90 iniziai a capire fino a che punto la società danese fosse stata indottrinata. Ogni atteggiamento critico incontrava un dissenso feroce. Nessuno si lamentava mai di qualcosa che avesse natura ufficiale. Quasi tutte le persone che conoscevo, o che sentivo parlare in TV, sembravano credere che il governo danese desiderasse per loro solo cose buone. Che il carico fiscale in continua crescita fosse necessario e perfino un fatto positivo. Parliamo di una tassa sul reddito che è mediamente del 50% e di un’IVA al 25%. Questo livello di tassazione colpisce tutto, comprese le auto, le case, il cibo; insomma, qualunque cosa si possa immaginare di tassare viene tassato e anche di più. E tutti i prezzi salgono il 31 gennaio di ogni anno, immancabilmente. Tutto questo viene compreso e accettato senza fiatare dalla maggioranza delle persone.
[...] Avevo perso ogni amore per questo paese e a quel punto, pur senza sapere ancora nulla di “complotti globali”, dicevo agli amici delle cose tipo “Questi non sono persone, sono Ultracorpi” oppure “dev’esserci qualcosa nell’acqua, qui” e perfino “forse è nel cibo che mangiano”. Non sapevo ancora quanto fossi vicino alla verità. Poi iniziai a mettere insieme i tasselli: l’inerzia dei giovani, il conformismo dei cittadini. L’obbedienza cieca della popolazione. Una professione di apparente felicità in contrasto con l’atteggiamento avvilito della gente danese. Una visione ristretta del mondo intorno a loro, come di chi è isolato sotto una campana di vetro. Una condizione indotta di negazione nazionale, con cui si rifiutava di ammettere anche la sola possibilità che da qualche parte si potesse vivere meglio. E poi, il peggio in assoluto: l’ossessione dei danesi per il lavoro.
[...] L’acquiescenza e il conformismo acefali, l’androginia, l’atteggiamento totalmente passivo e irreattivo. Uno Stato sociale che pervade ogni cosa. Il lavaggio del cervello e la gerarchizzazione degli studenti all’interno del sistema educativo o, piuttosto, un “programma di indottrinamento” di Stato. Il ricorso alla “psicanalisi” per ogni forma di comportamento “antisociale”, che non è poi nient’altro che il coraggio di criticare pubblicamente lo Stato o di porre domande scomode o anche solo l’abitudine dei ragazzini di giocare in classe. La prescrizione di “pillole della felicità” alle cosiddette persone depresse, cioè, in altre parole, a chiunque inizi ad accorgersi di ciò che lo circonda. I Mass Media, l’Educazione di Stato, il Servizio Sanitario di Stato raccontano incessantemente sempre la stessa storia. La Danimarca è il miglior paese del mondo, i danesi sono i migliori in tutto. Tutte le cose danesi sono migliori di quelle non danesi. Tutto questo ha creato individui così “ammutoliti”, così impauriti, così passivi, così paradossalmente fieri, eppure palesemente affetti da un radicato complesso d’inferiorità. Arroganti, ma completamente privi di autostima.
[...] Qui non c’è bisogno di taser o di brutali metodi polizieschi. Non ci sono nemmeno troppe telecamere di sorveglianza. Se il governo dice di iniettare ai bambini questo o quel farmaco, i danesi lo faranno perché il governo ha detto loro di farlo. Quando verrà il momento di installare microchip sulle persone, lo Stato dirà ai danesi che è per il loro bene e loro acconsentiranno senza fare domande.

Forse, visto che noi italiani siamo caratterizzati da un'endemica disistima nei nostri stessi confronti e da una secolare diffidenza verso il governo che, di volta in volta, gli occupanti questo paese ci appioppano, chissà, la prospettiva danese è remota. Tuttavia, se pensi allo stivale che conoscevamo tu ed io, qualche decennio fa, dobbiamo ammettere che il progresso fa passi da gigante.

Ma'as salama.
Gammal
02/02/2009

Caro Gammal,
ci rimugino su da venerdì scorso. È un rospo troppo grosso.
Ho già verificato su Radio Vaticana (cfr. ©) e non riesco a dissentire dal buon Antonio (cfr. ©). Sai, se il dialogo dev'esser questo, allora ha ragione l'eccellentissimo duca di Gandìa (cfr. ©), nel proporre il più tradizionale dialogo sottostante.

GIUDICE: "Addì 18 febbraio 1809, accertato dai periti che il lavoro in discussione non è stato eseguito dal Piperno Aronne a regola d'arte; che, etiam, un antico portale è stato rovinato e diminuito sensibilmente nel suo valore originario; che, etiam, provato che il Piperno, di religione ebraica, per portare a termine quel lavoro è rimasto fuori del ghetto oltre la chiusura serale dei cancelli, il tribunale respinge le richieste di Piperno Aronne ebanista, nei confronti dell'eccellentissimo marchese Onofrio Del Grillo, e lo condanna alle spese di questo giudizio.
E per lite temeraria del reato contro disposizioni del coprifuoco, ad essere etiam esposto alla pubblica gogna."

ARONNE PIPERNO: "Pure!"

GIUDICE: "In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen."

In ogni caso, oggi come oggi, stando così le cose temo d'aver sbagliato, quanto meno, la scelta - si dice così? - dell'avatar.
Che il Cielo mi perdoni.

E che la Pace sia con te. Quanto a me, come la Titina, la cerco e non la trovo.
Asno
30/01/2009

Caro Asno,
ho visto una foto che m'ha proprio addolorato. È la terz'ultima di quelle con cui si apre Gaza, non si uccidono così anche i cammelli? (cfr. ©), articolo nel quale F. Grimaldi spiega come i valorosi militi israeliani, "per la frustrazione di non essere riusciti a penetrare nella città di Gaza neanche per pochi metri", si sono sfogati sugli animali rinchiusi nel locale zoo. Tutti terroristi di Hamas, evidentemente. D'altra parte, era inammissibile che quei morti di fame dei palestinesi si permettessero il lusso di uno zoo (cfr. ©).
Ma il prode gesto è stato emblematico, perché - afferma padre Musallam, parroco della Sacra Famiglia di Gaza (cfr. ©) - "Gaza non è solo una prigione per un milione e mezzo di abitanti, ma un grande zoo, dove siamo trattati come animali".
Tuttavia non è dei palestinesi d'oggi che voglio parlare, ma di quelli di domani. Dei miliardi di povere bestie, da soma e no, che siamo tutti noi, cioè. Tutti noi umani, intendo, quelli che detengono il potere essendo alieni. Solo un alieno, infatti, potrebbe trarre piacere dalla visione di un gigantesco zoo.



Sull'argomento devi leggere un illuminante (ed illuminato da un mesto sorriso) resoconto di J. Hribal, Gli oranghi, la resistenza e lo zoo - La storia di Ken Allen e Kumang (cfr. ©). Vi sono narrate le gesta di alcuni oranghi, nati e cresciuti in cattività, che sono riusciti ad evadere più d'una volta. Chi grazie all'astuzia, chi mediante l'agilità, chi tramite la collaborazione dei suoi simili e chi servendosi d'una intelligenza sorprendente (come fai, sennò, a costruirti una scala, ad aprire una serratura di sicurezza e addirittura a disattivare una recinzione elettrificata?), a turno, se la sono svignata in tanti.
Salvo poi, mostrando altrettanta intelligenza, vista la fine fatta dai fuggiaschi precedenti, lasciarsi riacchiappare senza troppe storie.
Ciò premesso, trascrivo di seguito il passo saliente.
"Otto mesi più tardi, Kumang riuscì a fuggire di nuovo. Questa volta, però, si fece aiutare dalla sorella Sara. I custodi dello zoo scoprirono velocemente lo strumento usato dagli oranghi: il manico di uno spazzolone per i pavimenti. Per essere usato in modo efficace, questo strumento richiedeva la collaborazione di due partecipanti. Uno dei due animali doveva tenere il bastone in posizione, mentre l’altro si arrampicava. Organizzazione e mutuo soccorso sono aspetti essenziali nella maggior parte delle culture animali, compresa quella degli oranghi. Gli zoo, comunque, sono luoghi in cui tale cultura è limitata o addirittura distrutta. Questo avviene, più o meno deliberatamente, mediante la rimozione dell’autonomia, la rottura dell’unità familiare, la restrizione della mobilità, il continuo trasferimento degli animali da un posto all’altro e l’avvicendamento di diversi modelli di vita. Gli psicologi lo definirebbero un processo di alienazione e istituzionalizzazione".
Come definire altrimenti il Nuovo Ordine Mondiale?

Bi salama.
Gammal
29/01/2009

Caro Gammal,
grazie a Zaccheo (alias Ludwik), scopro sempre novità. Una di queste - cfr. © - è l'assonanza, in aramaico, tra 'abnayya (“pietre”) e benayya (“figli”), la stessa assonanza che c'è in greco tra làas (o làos) e laòs, cioè tra “pietra” e “popolo”.
È cosa notevole, perché dimostra che i greci non erano i soli a vedere questa equivalenza (dal sasso che, in bocca a Saturno, fece le veci di Giove, padre degli umani, a Deucalione e Pirra, le pietre gettate dai quali si trasformarono rispettivamente in maschi e femmine). Chissà se il paragone regge anche - cfr. © - con l'Adamo biblico? E chissà se «liturgia» (dal greco lèitos o làitos, “pubblico”, derivato a sua volta da laòs, “popolo”), oltre che l’arte di officiare cerimonie pubbliche, sia anche l’arte di lavorare [con] la pietra (nel duplice senso dell’intaglio, nel caso della scultura, e della costruzione, in quello dell’architettura), essendo “pietra”, sempre in greco, anche lithos? E se «liturgia» fosse addirittura l'arte di generare, ovvero la classica ars gignendi?
In effetti il verbo «generare», attraverso la genialità e l'ingenuità dello stare in ginocchio (posizione congeniale alla partoriente tradizionale), arriva fino alla Grande Madre Gea-Ghea-Gaia ("genus a gignendo - cfr. © - dictum, cui derivatum nomen a terra, ex qua omnia gignuntur; gue enim graece terra dicitur").
Che meraviglia, Signore, le Tue cose.

Si può supporre che una pietra grezza, non ancora polita né levigata, conservi la memoria del monolito di cui faceva parte?
Se non intervenisse la smemoratezza, la vita sarebbe impossibile. Su ciò, non senza qualche ironia (cfr. ©, Il giorno della memoria), Genseki cita Rûmî e la di quest'ultimo osservazione circa l'importanza dello smemorare: "Se tutti ricordassimo il mondo di là, ci torneremmo tutti e nessuno resterebbe qui".
Vero. Però, se uno scorda completamente il mondo dal quale viene, non finisce col pensare solo a questo?
Febbricitante come mi trovo, penso a due soluzioni. La prima, consistente nel rendere la memoria del nostro passato terreno inversamente proporzionale a quella del nostro passato ultraterreno (essendo il mondo di là il contrario speculare del mondo di qua, come gli ultimi di qua sono i primi di là), fa sì che chi sia immerso nel ricordo di Dio scordi ogni altra cosa. Per rifarci ancora a Genseki: "È possibile l'odio ove non vi sia memoria dell'offesa?".
La seconda, che a ben vedere è identica alla prima, si basa sulla differenza semantica tra ricordare e rammentare (ovvero scordare e dimenticare), collegando questo alla mente-ragione e quello al cuore-intelletto. Ma ne riparliamo, se Dio vuole, perché bisogna tirare in ballo troppe altre analogie, da quella tra il cuore-sole-aql e la simultaneità dello spazio a quella tra la mente-luna-manteq e la successione del tempo (senza perciò tralasciare l'opposizione e la complementarietà tra maschio e femmina, tra ascolto e lettura, tra nomadismo e stanzialità, ecc.). Troppa roba.
Ti lascio, però, con una considerazione sul tema tratta da mastro Guénon (Il tempo mutato in spazio, da Il regno della quantità e i segni dei tempi): se è vero che, alla fine dei tempi, appunto, quando lo spazio viene divorato dal tempo, quest'ultimo si tramuta nello spazio dell'eterno presente, ciò comporta tra l'altro la scomparsa della memoria. Tra l'altro, ripeto, perché una delle tante implicazioni di questa profezia vuole che la femmina-tempo, divorato il maschio-spazio, si tramuti nell'androgino primordiale (ovvero, per tornare alla pietra da cui siamo partiti, nel monolito dell'unità primigenia).
Che meraviglia, Signore, le Tue cose.

La Pace sia con te.
Asno
27/01/2009

Care amiche e cari amici,
oggi mi rivolgo a voi, perché quel somaro del mio compare s'è dato alla chitarrina. In effetti, quel che suona è più un grosso mandolino che una chitarra.
Ne potete ascoltare, presso iperhomo (cfr. ©, sezione FILES della colonna a sinistra di chi legge), qualche devota canzunciella. Povere cose, ma è gradito il vostro parere. Se il riproduttore (ad esempio, WinAmp) ve lo consente e se vi piace prolungare la sofferenza, alcuni brani è meglio ascoltarli in loop, ovvero a ciclo continuo.
 
Più impegnativa è invece l'esecuzione alla quale si è condotti, come alla pena capitale, cliccando sull'omino di filo 'e ferru. Ad ogni buon conto, cfr. ©.
La base di questo pezzo non è sua, intendiamoci; il guaio è che neppure lui sa di chi sia, perciò si scusa con l'interprete originale e si dichiara pronto, ove ne venga messo a conoscenza, a segnalare nome e cognome di costui.
Dicevo che la base non è sua, ma ciò non significa che Asno sia incapace di fare altrettanto, polistrumentista qual è (solo che, andando matto per le maracas e non servendosi delle zampe posteriori, ogni volta finisce col suonare soltanto dette maracas). Inoltre è un virtuoso della flatulenza gutturale che, nell'orchestrina cubana degli anni '60, siglava la fine del ritornello.

Saludos, queridas y queridos.
Gammal
26/01/2009

Caro Gammal,
ripensando ad un articolo che segnalavi tempo fa a Carlo (L'utopia femminista - cfr. © - ha generato l'Eurabia) e collegandolo al putiferio scatenato dalle ultime vicende di cronaca, m'è venuto da pensare che forse il burqa allontana il rischio di stupro.
Povere femministe. Si sono liberate del maschio scolorito ed ora vivono nell'incubo di quello «di colore». Quale? Un colore qualsiasi, purché non sia sbiadito. Sarebbe impietoso dire che se la son cercata ("la giornalista Lilli Gruber - osserva G. Piombini, nell'articolo suddetto - e la cantante Gianna Nannini [...] che in Occidente fanno quotidianamente professione di femminismo, progressismo e trasgressione, hanno ostentato con orgoglio le loro foto con il chador scattate durante i viaggi in Medio Oriente"), tant'è che, per solidarietà, vien voglia di rappacificarsi con loro.
Hanno ragione.
In effetti, a ben vedere, da almeno cinque o sei secoli il cancro del pianeta è il maschio bianco, il viso pallido per il quale "una parte di terra è uguale all'altra, perché è come uno straniero che arriva di notte e alloggia nel posto che più gli conviene. La terra non è sua madre, anzi è sua nemica e, quando l'ha conquistata va oltre, più lontano".*
E meno male che, tra i bianchi conquistatori cristiani, c'è pure un vescovo come Richard Williamson, capace di denunciare l'imbroglio dell'11/IX (cfr. ©) e perciò subito preso di mira dai piagnoni del muro omonimo (cfr. ©), per i quali chissà perché negare l'attentato terroristico equivale a negare la shoà. Benedetto sia una volta ancora il sedicesimo Benedetto - 'ché 17 non porta male - ed il suo aver revocato la scomunica. Tu ca nun chiagne, chiagnere 'nce faje. Ma guai a colui il quale chiagne e fotte: "Ha mai avuto una persona cara, (come la madre) - si legge in un commento in calce alla notizia sopra citata de "Il Messaggero" - che viene prelevata in casa da soldati tedeschi e che da quel momento sparisce senza sapere più nulla di lei. Non è vittimismo, ma rabbia non poter visitare la sua tomba e non sapere dove portare un fiore per poterla ricordare. La rabbia di vedere, dai documentari, come furono trattate, oltre mille persone, stipate nei vagoni per otto giorni senza poter bere né mangiare e costretti a fare i propri bisogni in dosso. All'arrivo portati in massa alle camere a gas e bruciati". Terribile, certo. Ma è passato un secolo. Ti pare più terribile dell'esser bruciati oggi, col fosforo bianco, nel «camping Gaza»?

* Sono le memorabili parole di un pellerossa (cfr. ©), il palestinese dell'800. L'uomo bianco "tratta sua madre, la terra, e suo padre, il cielo, come se fossero null'altro che cose da acquistare, prendere e vendere, come si fa con i montoni o con le pietre preziose. Il suo appetito divorerà tutta la terra e a lui non resterà che il deserto. [...] Non esiste un posto normale, nelle città dell'uomo bianco. Non esiste un posto per vedere le foglie e i fiori, o ascoltare il fruscio delle ali di un insetto. [...] L'aria è preziosa per l'uomo rosso, giacché tutte le cose respirano la stessa aria: le bestie, gli alberi, gli uomini tutti respirano la stessa aria. L'uomo bianco non sembra far caso all'aria che respira. [...] Dov'è finito il bosco? È scomparso. Dov'è finita l'aquila? È scomparsa. È la fine della vita e l'inizio della sopravvivenza".

L'uomo bianco è infatti l'uomo impazzito. Ricordi quando ti confidavo il sospetto che in ciascuno di noi albergasse una certa dose di follìa? Mi rispondesti così: «Beato te, che sei ancora nella fase di sospettare una certa dose di follia, per me è una certezza assodata. Beato due volte, perché io non ne vedo "una certa" ma "una totale" dose, quella che basta a colmare ogni misura che un uomo può contenere».
È vero, senza dubbio. Quando ci penso, la mente mi corre ai bei tempi andati di qualche millennio fa, quelli precedenti il sesto secolo a.C. (data d'inizio dei duemilaseicento anni finali, ovvero di un decimo dell'età dell'oro). Mi ci ha ricondotto Genseki, a quel periodo, quando ha paragonato - cfr. © - gli ateniesi già malati di modernità ai sionisti d'oggi. Leggilo con attenzione, quel post, magari dando un'occhiata anche ai commenti, perché già l'esordio è da manuale: "Nelle pagine seguenti di Tucidide è delineata una situazione astrattamente molto simile a quello che accade oggi in Gaza. Certo il lucido, tagliente realismo degli ambasciatori ateniesi è a un altro livello stilistico e intellettuale rispetto all'ipocrita, ripugnante, ingiustificabile vittimismo dei dirigenti israeliani".
E dire che questa mia lettera era partita in compagnia delle femministe. Ho divagato. A meno che non sia proprio il vittimismo ad accomunare tutti coloro che, chiagnenn' e futtenn', vedono soddisfare ad una ad una tutte le loro richieste. Tutte, meno una: pace e sicurezza. È un fenomeno ricorrente. C'è chi lo definisce «eterogenesi dei fini», chi «salto della quaglia dell'effetto, da sperato a temuto» e chi semplicemente «Provvidenza».

La Pace sia con te.
Asno
23/01/2009

Caro Asno,
oggi vorrei proporre ai nostri lettori un paio di articoli che vanno letti soprattutto da chi in Italia e da chi italiano si voglia interessare di Islam. Più ancora da chi sia italiano e musulmano (non importa come, giacché si vedrà come Enderle, Insabato, Rafanelli, fossero musulmani sui generis).
Il primo, di C. Mutti, è Mussolini e la spada dell’Islam (cfr. ©).
Nel breve, ma succoso, saggio l'autore prende le mosse col contrapporre "la posizione filoislamica di Mussolini a quella di Almirante, che a quell’epoca si era dichiarato contrario all’edificazione della Moschea di Monte Antenne, perché riteneva che sarebbe diventata un covo di 'estremisti palestinesi'". Come vedi, le attuali scelte di Fini sono pertanto più che coerenti (lo stesso Almirante essendosi - come è noto - rifugiato, a fine ventennio, presso amici ebrei torinesi).
Quel che ci si può forse chiedere è se l'attribuzione dell'aggettivo «fascista», sia ad Almirante che a Fini, fosse giustificata. Si legge infatti - ibidem - che "fin dagli esordi della sua politica estera, il governo fascista aveva manifestato l’intento di stabilire o di sviluppare le relazioni dell’Italia coi paesi musulmani, e non solo con quelli dell’area mediterranea e dell’Africa orientale. Già nell’ottobre del 1923 il Duce volle inviare in Afghanistan una missione politico-scientifica guidata da Gastone Tanzi e Luigi Piperno".*
Non aggiungo altro (perché questo Mussolini e la spada dell’Islam è da leggere per intero), tranne quanto segue. "Alle domande che alcuni si sono poste, circa la sorte della spada dell’Islam donata a Mussolini, la risposta è stata data da Donna Rachele in un’intervista pubblicata postuma tre anni fa: la spada dell’Islam, che il Duce conservava in una teca di vetro alla Rocca delle Caminate, fu democraticamente rubata durante l’assenza dei Mussolini, quando la Rocca venne devastata dagli antifascisti".

* In nota, C. Mutti precisa che "la missione fallì a causa di uno scandalo suscitato dall’ing. Piperno, il quale cercò di sedurre una donna afghana. Piperno fu ucciso da un paio di fucilate mentre si trovava sul terrazzo della legazione italiana di Kabul, laddove sul gruppo degli italiani si riversò l’indignazione popolare". Certo, chi abbia visto "Il marchese del Grillo" non può ignorare l'appartenenza del cognome 'Piperno' ad una nota etnìa, probabilmente poco idonea a favorire i contatti col mondo musulmano.

L'altro saggio è L'oggetto misterioso. L'immagine dell'Islàm nell'Italia tra le due guerre mondiali (cfr. ©) di E. Galoppini. Con grande accuratezza vi sono delineati i differenti tipi di approccio dell'italiano, colto e no, a questo «oggetto misterioso» (approccio rimasto in buona parte invariato fino ad oggi). Non senza qualche ironia, l'autore cita in dettaglio sia le omologazioni tra musulmani e fascisti che quelle tra musulmani e comunisti, nonché le filiazioni dell'islamismo dal cristianesimo e quelle dell'islamismo dall'ebraismo,* trattandone ogni implicazione, da quella politico-ideologica a quella etico-religiosa.
Ma dove m'è piaciuto di più, E. Galoppini, è nei passi dove tira in ballo Guénon e Schuon.
Di quest'ultimo, a proposito del mero exoterismo, trascrive quanto segue (nota n° 52). "«Se, per millenni, gli uomini hanno potuto contentarsi del simbolismo morale della ricompensa o del castigo, non è perché fossero stolti, [...] ma perché possedevano ancora il senso dell'equilibrio e dello squilibrio. [...] Essi avevano in un certo senso sperimentalmente, giacché erano contemplativi, la certezza delle norme divine da un lato e quella delle imperfezioni umane dall'altro; era sufficiente che un simbolismo rammentasse loro ciò di cui avevano un presentimento naturale»".
Di Guénon, invece, dopo aver precisato che "l'universalità dell'Islàm non è da intendere in senso politico-sociale [perché] non si tratta affatto di cosmopolitismo", cita prima il lapidario (nota n° 79) «L'universale è l'informale, comprendente nello stesso tempo il non-manifestato e gli stati di manifestazione sovraindividuali», quindi indirizza (nota n° 15) ad alcune tra le più belle pagine dell'Introduzione generale allo studio delle dottrine indù.

* Quest'ultima è la tesi sostenuta, tra gli altri, dal tuo prediletto don Nitoglia (cfr. ©). A me sembra il gioco delle tre carte, perché chi cerca di screditare la Rivelazione altrui finisce con lo screditare anche la propria. In proposito, come sai, il Corano non rinnega né la Torà, né il Vangelo.

Infine (nota n° 15, ancora), contrapponendo esoterismo ad exoterismo, così conclude con P. Sérant: "«In questo nostro mondo 'desacralizzato', le ideologie politiche hanno spesso usurpato il ruolo un tempo svolto dalle tradizioni religiose e metafisiche. [...] sarebbe vano pretendere di stabilire una parentela tra il fascismo e le dottrine tradizionali [...]. Le ideologie moderne non vanno confuse con le dottrine tradizionali, anche quando prendano a prestito questo o quell'elemento delle dottrine stesse, o ne invochino l'autorità»".
Ecco, vorrei anch'io concludere così, sia perché la politica moderna non ha nulla a che fare con quella classica, sia perché dall'11/IX la situazione è drammaticamente cambiata (proiettando la politica non solo a livello religioso-umano, ma addirittura a livello sovrumano).

Ma'as salama.
Gammal
22/01/2009

Caro Gammal,
ne abbiamo più diritto noi, di Carlo (cfr. ©), stante la nostra età e la relativa incontinenza.



Speriamo che chi di dovere si interessi al nostro caso. In tal caso, che Dio ci aiuti.
E la Pace sia con noi.
Asno
21/01/2009

Caro Asno e cari amici,
dato che non sono io a operare come gestore del blog, perchè mi mancano sia le capacità tecniche che la voglia, ti chiedo in quanto Asno, alias Gammal e non Umargamal (poiché siamo due persone diverse - detto per fugare ogni sospetto - e Umargamal è Umar al 100%, laddove Gammal lo è al 50 e Asno sì e no al 5, sempre percento) di trasformare questo commento in un post, se ho capito bene il nome che si deve dare ad un capo-messaggio.
Già è successo altre volte e ti ringrazio per la dedizione e pazienza che ci hai sempre messo, per render vivo e comprensibile questo blog. Secondo me bisognerebbe trovare degli altri nomi per rimpiazzare e tradurre questi post, blog, reset, stand by, on, off, upgrade, etc.; istigano all'odio. Almeno a quello che il mio animo produce quando, sentendoli, non capisce che hazz vogliano dire o, se lo capisce, si domanda se siano davvero intraducibili.
Questa premessa per introdurre il tema della traduzione.
Tradurre, tradere, tradizione, tradimento, traditore, traduttore.
L'immancancabile inglese: trading, to trade.
Vabbè, veniamo al sodo: Corano in lingua, è polemica. Sì da Lega e Pdl, islamici divisi (cfr. ©).
A parte la solita fottuta impostazione nascosta nel titolo, che sottintende una furbizia subliminale tesa a screditare quello che viene percepito come nemico, anche se ufficialmente non sarà mai ammesso (a parte qualche Borghezio et similia), vorrei una volta per tutte chiarire alcuni aspetti a beneficio di chi ha a cuore o è interessato a qualsiasi titolo alla causa islamica. Al problema islamico. Al popolo islamico, alla religione, e così via.
Fini-kippà (passato a parte, 'ché a noi non deve riguardare in quanto ognuno deve esser libero di pensarla come meglio crede), ha fatto una considerazione.
Restiamo a quella per ora.
Non credo intendesse dire altro: il sermone del venerdì e i passi di Corano in esso contenuti andrebbero tradotti, per quanto umanamente possibile.
Credo sia legittimo tale auspicio.
Non credo intendesse dire che i Riti vadano stravolti.
Un semplice paragone, visto che una religione in Italia, grazie a Dio, c'è ancora e c'è ancora qualcuno che la rispetta (e la conosce anche): Fini chiede che la predica del prete avvenga in italiano, non che l'ostia sia sostituita dal gelato.
Chiede di poter sapere cosa dica un prete o un rabbino o un imam o un reverendo o una qualsiasi autorità nel momento in cui parla ai fedeli di quella religione in occasioni pubbliche e rituali.


Piccola parentesi. Che si voglia cominciare proprio da quanto dicono i musulmani è comprensibile: dopo gli attacchi subiti dall'Occidente ad opera dell'Iraq, dell'Afghanistan, della Palestina, dell'Iran, della Somalia, del Sudan, dell'Algeria, attacchi che hanno causato la morte di centinaia di migliaia di inermi cittadini occidentali, anzi di milioni, c'è tutta la logica necessità.
Dopo tutte queste invasioni e questi bombardamenti è lecito che gli imam, veri mandanti di tali crimini, siano controllati.
Ora basta scherzare, fine parentesi.
Sarei d'accordo a tradurre le khutba (si chiamano così i sermoni) per una semplice ragione. Servirebbe a far comprendere meglio l'Islam a chi dovrebbe già averlo fatto (e invece annaspa in mare aperto, cercando di addossare la colpa di tale condizione non alla sua cattiva volontà o incapacità, ma alla "divisione" dei musulmani).
Tecnicamente la cosa potrebbe avvenire così: si censiscono le moschee e si registrano gli imam che ogni moschea indica. Ogni moschea entro il giovedì deve presentare on line (o venga un addetto a ritirarla) copia del sermone nella lingua che l'uditorio comprende, il venerdì la registrazione dal vivo (live) servirà da conferma.
Un professionista super partes, nominato da un comitato di garanti, fornirà entro la settimana copia della traduzione all'autorità competente la quale provvederà ad archiviare la pratica, in caso non siano accertati reati o apologie di reato.
Spesso gli imam parlano in modo corretto solo l'arabo o l'urdu, il wolof o il siculo: perchè costringerli a parlare italiano quando non lo sanno?
Giusto pretendere che il contenuto sia tradotto, questo sì, per evidenziare eventuali reati. Genererebbe addirittura dei posti di lavoro.
Il comitato dei garanti ovvviamente non dovrebbe esser scelto fra illustri nullità, in merito a conoscenza della religione (ancorchè ben piazzati politicamente), bensì fra specialisti e accademici di chiara fama.
A questo punto il gioco è fatto: un giornalino ad uso di noi musulmani sarà un bel dono ai posteri e alle biblioteche, un effetto collaterale positivo generato da tale opera.
Non so il numero, ma immagino che le moschee (anzi le sale di preghiera) in Italia siano diverse centinaia. Pensate che bello: ogni sermone, anche solo di una pagina, darebbe luogo ad un libro ogni settimana. Anzi le autorità competenti, per non far subire le spese di pubblicazione, potrebbero semplicemente richiedere di caricarli, i sermoni, on line.
O potrebbero addirittura imputare il costo del personale e di ogni altra spesa relativa a tale opera alla comunità islamica stessa. Certo, detraendolo, tale importo, alla fonte.
Fonte di che? Di ciò che verrà generato dall'otto per mille, dopo che finalmente sarà fatto 'sto benedetto accordo/concordato/come-si-chiama-non-so-ma-basta-che-ci-sia fra Stato italiano e Comunità islamica ivi residente.
A tal proposito, per chiarire come si faccia parte di una comunità e come essa esprima i suoi rappresentanti, prendiamo l'esempio delle primarie dei partiti.
Prodi o Bertinotti? Bene, si vota.
Iman X o Imam Y.
Come fanno i cattolici o gli ebrei o i valdesi a trattare con le istituzioni?
Manderanno un numero concordato di persone che esse stesse indicheranno come titolate a trattare pro-domo loro. In Italia, non esistendo le condizioni per cui un imam sia "professionista", l'unica maniera è che sia legittimato da un voto: iman X 3 voti, imam Y 7, passa l'imam Y.
Se poi l'imam Y fosse pazzo o incitasse al temuto odio allora, vista la prassi, sarebbe facile per le autorità stesse incriminarlo, in ragione di prove evidenti e documentate dalle registrazioni.
Questo monitoraggio sarebbe inoltre utile perchè potrebbe esser in futuro esteso, per par condicio, a tutte le altre religioni. Per non parlare delle logge massoniche la cui ragion d'essere ha profonde radici in campo morale, sociale, finanziario e geo-politico.
Ma riguardo tutto ciò noi musulmani non pretendiamo nulla: non è la lingua che previene l'odio, anche in italiano si può istigare alla violenza e peggio ancora.
Le leggi razziali erano scritte in italiano, non in arabo.
Il problema qui è sapere cosa dicono gli imam ai musulmani e noi ci dobbiamo adattare a tale richiesta, che è legittima, ripeto.
Senza preoccuparci di come lo Stato si comporta con le altre comunità.
Per facilitare questa esigenza mi pare che la proposta di redarre in anticipo il sermone sia cosa facile, quasi tutti gli imam li ho sempre visti leggere le loro khutba. Basta solo che presentino lo scritto il giorno prima e la registrazione dell'audio il giorno stesso e siamo a posto. È una cosa facile, per chi vuole il facile.
Chi cerca il difficile non sarà soddisfatto, mai, questo è quel che temo.
Fra i benefici, in ultimo, va detto che si instaurerebbe un rapporto molto stretto fra le isitituzioni e la comunità stessa, cosa che servirebbe a distendere gli animi e a render normale ciò che normale a tutti gli effetti è: cioè che una religione abbia il diritto di esser praticata secondo le sue regole e non secondo le regole di chi non la pratica. Altrimenti tocca proibirla, cosa che teoricamente sarebbe legittima, per uno Stato sovrano, basterebbe una legge ad hoc e via.

Ma'as salama, cari saluti.
Umargamal
20/01/2009

Caro Gammal,
il blog che m'hai segnalato merita ogni attenzione. Avendo già aggiunto Mustafa ai nostri link, presento un breve stralcio di un suo post (cfr. ©).

«Il giorno di Sabato Santo mi trovavo in una cittadina della Padania e sono stato colpito da un manifesto di un giornale locale che, a grandi titoli, come si conviene ad un manifesto pubblicitario, riportava: FOLLA STRARIPANTE ALLA PROCESSIONE DEL VENERDÌ SANTO.
Bene, ho pensato, anche in queste tristi lande padane si sta riscoprendo la religione dopo l’abbuffata di laicismo (per non dire ateismo) degli ultimi decenni.
Non so se lì in Padania usino come da noi nelle Due Sicilie portare in processione le statue di Maria Addolorata e del Cristo sanguinante, però presumo che facciano qualcosa di simile. Quindi dovrebbero conoscere la “icona” dell’Addolorata com’è generalmente rappresentata.
Bene, quello stesso pomeriggio, mentre passeggiavamo per la città, mia moglie, mia figlia e la suocera di mia figlia insieme, davanti, tutte e tre con l’hejab; io, mio genero e il mio consuocero un po’ più dietro, ci capita di sentire il commento di alcune donnine che avevano appena incrociate le “nostre” donne e che non immaginavano d’essere ascoltate. Dicevano: “Io proprio non capisco perché queste qui debbano vestire a questa maniera…”.
Che dire? Posso capire che non condividiate quel vestito, soprattutto il foulard, che, grazie ad una ben orchestrata campagna diffamatoria, è assurto a simbolo dell’oppressione femminile. Posso capire che non lo condividiate perché in opposizione ai valori laicisti e modernisti che vi hanno “invaso” il cuore (e di questa “invasione” non si lamenta nessun assertore della difesa dei “nostri” valori cristiani). Quel che invece non riesco a capire è come non riusciate a collegare le immagini della vostra religione con l’immagine delle nostre donne in modo da, non dico comprendere, ma almeno capire perché queste vestano così.
La Tradizione, quella con la T maiuscola, l’eterna Tradizione, quella cui faceva riferimento Maria (pace su di lei) e quella cui fanno riferimento i musulmani da sempre, impone un certo codice d'abbigliamento che, tra le altre cose, considera le chiome femminili nudità da coprire .
Qualcuno potrebbe dire: “Si, ma questi episodi non possono avvenire in Padania, una terra ormai scristianizzata, ma solo nelle Due Sicilie”. E come la mettiamo con la folla straripante alla processione del Venerdì Santo?»

Mi piace chiudere la presente con questa tua nota: "Come popolo prima romano e poi cristiano siamo sempre stati particolari; ma quando diventeremo musulmani passeremo ogni immaginazione".

La Pace sia con te.
Asno