Caro Gammal,
grazie a Zaccheo (alias Ludwik), scopro sempre novità. Una di queste - cfr.
© - è l'assonanza, in aramaico, tra
'abnayya (“pietre”) e
benayya (“figli”), la stessa assonanza che c'è in greco tra
làas (o
làos) e
laòs, cioè tra “pietra” e “popolo”.
È cosa notevole, perché dimostra che i greci non erano i soli a vedere questa equivalenza (dal sasso che, in bocca a Saturno, fece le veci di Giove, padre degli umani, a Deucalione e Pirra, le pietre gettate dai quali si trasformarono rispettivamente in maschi e femmine). Chissà se il paragone regge anche - cfr.
© - con l'Adamo biblico? E chissà se «liturgia» (dal greco
lèitos o
làitos, “pubblico”, derivato a sua volta da
laòs, “popolo”), oltre che l’arte di officiare cerimonie pubbliche, sia anche l’arte di lavorare [con] la pietra (nel duplice senso dell’intaglio, nel caso della scultura, e della costruzione, in quello dell’architettura), essendo “pietra”, sempre in greco, anche
lithos? E se «liturgia» fosse addirittura l'arte di generare, ovvero la classica ars gignendi?
In effetti il verbo «generare», attraverso la genialità e l'ingenuità dello stare in ginocchio (posizione congeniale alla partoriente tradizionale), arriva fino alla Grande Madre Gea-Ghea-Gaia ("genus a gignendo - cfr.
© - dictum, cui derivatum nomen a terra, ex qua omnia gignuntur;
gue enim graece terra dicitur").
Che meraviglia, Signore, le Tue cose.
Si può supporre che una pietra grezza, non ancora polita né levigata, conservi la memoria del monolito di cui faceva parte?
Se non intervenisse la smemoratezza, la vita sarebbe impossibile. Su ciò, non senza qualche ironia (cfr.
©,
Il giorno della memoria), Genseki cita Rûmî e la di quest'ultimo osservazione circa l'importanza dello smemorare: "Se tutti ricordassimo il mondo di là, ci torneremmo tutti e nessuno resterebbe qui".
Vero. Però, se uno scorda completamente il mondo dal quale viene, non finisce col pensare solo a questo?
Febbricitante come mi trovo, penso a due soluzioni. La prima, consistente nel rendere la memoria del nostro passato terreno inversamente proporzionale a quella del nostro passato ultraterreno (essendo il mondo di là il contrario speculare del mondo di qua, come gli ultimi di qua sono i primi di là), fa sì che chi sia immerso nel ricordo di Dio scordi ogni altra cosa. Per rifarci ancora a Genseki: "È possibile l'odio ove non vi sia memoria dell'offesa?".
La seconda, che a ben vedere è identica alla prima, si basa sulla differenza semantica tra
ricordare e
rammentare (ovvero
scordare e
dimenticare), collegando questo alla mente-ragione e quello al cuore-intelletto. Ma ne riparliamo, se Dio vuole, perché bisogna tirare in ballo troppe altre analogie, da quella tra il cuore-sole-
aql e la simultaneità dello spazio a quella tra la mente-luna-
manteq e la successione del tempo (senza perciò tralasciare l'opposizione e la complementarietà tra maschio e femmina, tra ascolto e lettura, tra nomadismo e stanzialità, ecc.). Troppa roba.
Ti lascio, però, con una considerazione sul tema tratta da mastro Guénon (
Il tempo mutato in spazio, da
Il regno della quantità e i segni dei tempi): se è vero che, alla fine dei tempi, appunto, quando lo spazio viene divorato dal tempo, quest'ultimo si tramuta nello spazio dell'eterno presente, ciò comporta tra l'altro la scomparsa della memoria. Tra l'altro, ripeto, perché una delle tante implicazioni di questa profezia vuole che la femmina-tempo, divorato il maschio-spazio, si tramuti nell'androgino primordiale (ovvero, per tornare alla pietra da cui siamo partiti, nel monolito dell'unità primigenia).
Che meraviglia, Signore, le Tue cose.
La Pace sia con te.
Asno