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Non contraddire chi può dispiacersene.
Se è possibile, elogia; se no, taci.
Pensa sottratte a Lui le lodi rivolte a te.

chestertonate

Il dogmatismo unisce, come una frontiera collega. Quanti magnanimi musulmani e quanti nobili cristiani sono stati più vicini gli uni agli altri, nel loro rispettivo dogmatismo, di tanti agnostici senza un credo, senza una dottrina e, in una parola, senza una casa? Un dogma è come l'ancora per una barca e come il picchetto per una tenda; il contrario di una dogma è un vago ideale, una barca alla deriva, una tenda in balìa del vento. Che un pollo possa esser mangiato e che un uomo no, è un dogma. Che tutto possa esser mangiato (almeno finché il senno di poi non ne prova la tossicità) è il contrario di un dogma. Torneremo a cibarci di carne umana, in assenza del dogma che lo vieta? È probabile, anche perché la carne umana, purtroppo, non è tossica.

Chi comincia col combattere la fede, in nome della liberta della ragione, finirà col combattere la libertà, in nome della fede nella ragione.

La grande marcia della falsificazione proseguirà. Tutto sarà negato. Sarà una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle. Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che in estate le foglie sono verdi. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l'erba e i cieli, dichiarati impossibili dall'ateo, con il coraggio del devoto. Saremo tra quanti hanno creduto, pur avendo visto.

Se l'anarchico fosse coerente, dovrebbe apprezzare il disordine anche al suo interno, anziché pretendere, dentro di lui, un rispetto così ferreo della gerarchia da giustificare il ricorso, in caso di disordine, all'olio di ricino.

memorandum

Magnopere curandum est id ut teneatur quod ubique, quod semper et quod ab omnibus creditum est (cfr. ©).

Nam res ipsa, quae nunc christiana religio nuncupatur, erat et apud antiquos nec defuit ab initio generis humani, quo usque ipse Christus veniret in carne, unde vera religio, quae iam erat, coepit appellari christiana. (cfr. ©).
24/04/2008

Caro Gammal,
che fine hai fatto? Mi sa che, tra un orto pedemontano e un giardino magrebino, mi sono giocato lu cumpare mie. Meno male che c'è Jam, a fare le tue veci. Purtroppo è distratta quanto te, perché non m'ha ancora risposto: come si dice "ragione", in arabo? Tafkir?
A proposito di solleciti, anche tu sei in arretrato. Mi devi una risposta alle domande finali del post del 6 (cfr. ©) e del 21 (cfr. ©) febbraio scorso. Qualora voglia rispondere anche Jam, è la benvenuta.

Ho letto la tua di ieri. Grazie per aver citato quei passi di E. Galoppini, che inquadrano il viaggio pontificio in una luce nuova. Ci si era già soffermato l'illustrissimo duca (cfr. ©), su quei risvolti impliciti. Ed anche il buon Andrea (cfr. ©) aveva evidenziato "un'assenza apparecchiata per cena". Vedi fin dove può arrivare il potere finanziario? O ti incastra con la Lewinsky di turno (e poi ti ricatta) o ti punta addosso un Agca, un Oswald e simili. Il sedici [e più] volte Benedetto non teme per sé, questo è sicuro, ma per la Chiesa tutta.
Torniamo a noi. Ottimo, quel post di Miguel. Quando uno si libera delle pastoie etiche, si sfrena cioè dal freno inibitore della religione avita, tira fuori il peggio di sé. Un peggio di sé che, per giunta, non ha alcunché di personale: più si cala verso il basso, più ci si avvicina alla materia indifferenziata. In questo senso, Miguel ha perfettamente ragione: più si è liberi, più si è schiavi.
Alla libertà vera, ovvero alla liberazione, non si arriva lasciandosi andare, bensì stringendo i freni. Del resto, se è vero che il corpo è la prigione dell'anima, solo imprigionando il corpo si può sprigionare l'anima.
A ben vedere, questo è il noblesse oblige ("obbligo della nobiltà" e "nobiltà dell'obbligo"). Il nobile è colui il quale è gravato dal maggior numero di catene possibile: catene che lo vincolano verso l'alto al suo superiore (Padre, Maestro, Signore, Re, Papa e - last but not least - Dio) e catene che lo vincolano, verso il basso, a coloro che da lui dipendono, dai figli alla moglie, dai subalterni agli allievi, dai poveri ai deboli e così via. Catene, links da rispettare.


Col che, torniamo ai blog. Grazie ancora a Petrus, che ci ha ricordato come il noblesse oblige non sia altro, in fondo, che rispetto nei propri stessi riguardi. Chi si incatena da sé, quegli si libera. Chi si libera e si scatena, quegli s'incattivisce.

La pace sia con te, nobiluomo.
Asno

Commenti
#1   24 Aprile 2008 - 13:49
 
A proposito di liberazione, buon 25 aprile a tutti. Da quanto raccontava mio padre, la Napoli liberata allora non differiva molto dalla Bagdad liberata oggi.
Il ciuccio scrivente va a tirare la carretta in campagna.
Ci sentiamo - a Dio piacendo - martedì.
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#2   25 Aprile 2008 - 08:36
 
"Petrus, che ci ha ricordato come il noblesse oblige non sia altro, in fondo, che rispetto nei propri stessi riguardi. Chi si incatena da sé, quegli si libera. Chi si libera e si scatena, quegli s'incattivisce."
Mi vale cent'anni di pedagogia moderna.
Grazie da un captivo.
Max
utente anonimo

#3   28 Aprile 2008 - 09:25
 
La porta stretta.
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#4   28 Aprile 2008 - 11:30
 
Grazie ad Aragon, laconicamente efficace.
Grazie a Max, che ha capito tutto. Io ci ho messo quarant'anni e, quando ho capito, la cattività ormai ammontava a tre o quattro ergastoli.
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#5   29 Aprile 2008 - 09:24
 
mi sono incatenata alle note musicali, mi sono lasciata andare alla musica-dzikar,( sama,) delle lettere sacre, i Nomi Divini, le lettere luminose che vanno più in alto delle nuvole, pur mescolandosi a volte con le nuvole. Ma poi , le lettere luminose trascendono la materia, ed io mi tuffo in quest'armonia prigioniera della mia libertà, prigioniera del Suo Nome, il massimo della libertà. ... in effetti alcuni dicono che islam, più che con sottomissione, andrebbe tradotto come 'lasciasi andare' alla volontà divina. ciao! jam
utente anonimo

#6   29 Aprile 2008 - 10:38
 
Dolce Marmellata,
non prendermi in giro. Sai benissimo che lasciarsi andare [alla volontà divina] è l'opposto del lasciarsi andare e basta. In quest'ultimo caso, ti abbandoni (come il cadavere nelle mani che lo lavano) solo a te stesso, anzi al peggiore dei tuoi te stesso.
Ciò premesso, non vedo differenza tra "sottomissione a Dio" e "lasciarsi andare alla volontà divina". E mi sembra un'impresa mostruosamente difficile. Quasi impossibile, se penso che, in pratica, equivale a ringraziare il Cielo ogni volta che l'artrosi mi blocca il braccio o - cito un esempio a caso - ogni volta che rubano il motorino a mia figlia.
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#7   29 Aprile 2008 - 16:16
 
Troppo buono Ipo.
A capire dove fosse il bene ho impiegato ( nel mio piccolo ) vent'anni. Spero di impiegarne meno per incominciare a seguirlo.
Captivo e accidioso!
Saluti
Max
utente anonimo

#8   29 Aprile 2008 - 22:36
 
sottomettersi o 'lasciarsi andare' a Dio vogliono dire la stessa cosa, ma fra le due espressioni esiste una dinamica di dolcezza che puo essere nascosta nella parola sottomettersi ed evidenziata nell'espressione 'lasciarsi andare' nelle mani di Dio. Lo sai quando Rabia dice: oh Allah! ti chiedo perdono della mia mancanza di sincerità quando dico : Ti chiedo perdono...ciao! jam
utente anonimo

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