Caro Gammal,
il bello dell'italiano è che se parla come se magna. Per dirla più chic, what you do is what you get. Ora, se davvero è così, perché si continua a scrivere, ad esempio,
Buddha? Con o senza quell'acca, la pronuncia non cambia.*
Dal momento che, anche foneticamente, abbiamo perso ogni aspirazione [verso l'alto], perché non congedare del tutto questo inutile relitto che è la nobile lettera H?
* Diverso è il caso di qualche dialetto come quello leccese: «gallina» si scrive e si pronuncia iaddhìna (iaddhrìna, per l'esattezza, con la 'r' appena accennata).
Mandiamola in pensione, questa H. A che cosa serve, ormai? A distinguere la preposizione dall'omofona terza singolare del presente indicativo di «avere»? No, perché basta tornare all'uso dell'accento:
c'è chi à torto e parla e chi, a ragione, tace. A render dura la 'c', come nella congiunzione «che»? No, visto che l'italiano nasce ufficialmente col celebre "
sao ke kelle terre, ecc.".
Perké non ripristinare l'aulica kappa?
Ti dirò di più, a questo riguardo. Visto che si può distinguere tra una 'c' sempre dolce (o molle) ed una 'k' sempre dura (se non amara, stanti i mille
kasi amari di questa vita), si potrebbe sancire l'uso della 'j' in luogo della 'g' dolce, trascrivendo in tal modo il fonema 'gh' sempre e solo con la 'g'.
E
jakké ci siamo, potremmo liberarci di tante astrusità traslitteratorie. Ricordi, quando noi due s'era giovani, la grafia
Dostoievski? Era perfetta. Oggi, se non scrivi
Dostoevskij, ti prendono per un bifolco (eppure, cfr.
©).
Taccio infine sulla voluttà peccaminosa di chi, per pura libidine esibizionistica, scrive
cha invece di
cià,
ña o
nha invece di
gna,
ša o
sha invece di
scià,
wa invece di
uà e così via.
La Pace sia con te.
Asno
P.S. Ma la nobile H resti pure, nel traslitterare da lingue nobili e a patto che corrisponda ad un'aspirazione effettiva. Ad esempio,
al-hamdu liLlahi uà-sciucruliLlah (bellissima lode all'Unico, nella quale le buone maniere impongono che il "grazie" di
sciùcr vada posposto alla "lode" di
hamd, affinché non sembri un ringraziamento a posteriori, cioè per grazia ricevuta).