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Non contraddire chi può dispiacersene.
Se è possibile, elogia; se no, taci.
Pensa sottratte a Lui le lodi rivolte a te.

chestertonate

Il dogmatismo unisce, come una frontiera collega. Quanti magnanimi musulmani e quanti nobili cristiani sono stati più vicini gli uni agli altri, nel loro rispettivo dogmatismo, di tanti agnostici senza un credo, senza una dottrina e, in una parola, senza una casa? Un dogma è come l'ancora per una barca e come il picchetto per una tenda; il contrario di una dogma è un vago ideale, una barca alla deriva, una tenda in balìa del vento. Che un pollo possa esser mangiato e che un uomo no, è un dogma. Che tutto possa esser mangiato (almeno finché il senno di poi non ne prova la tossicità) è il contrario di un dogma. Torneremo a cibarci di carne umana, in assenza del dogma che lo vieta? È probabile, anche perché la carne umana, purtroppo, non è tossica.

Chi comincia col combattere la fede, in nome della liberta della ragione, finirà col combattere la libertà, in nome della fede nella ragione.

La grande marcia della falsificazione proseguirà. Tutto sarà negato. Sarà una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle. Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che in estate le foglie sono verdi. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l'erba e i cieli, dichiarati impossibili dall'ateo, con il coraggio del devoto. Saremo tra quanti hanno creduto, pur avendo visto.

Se l'anarchico fosse coerente, dovrebbe apprezzare il disordine anche al suo interno, anziché pretendere, dentro di lui, un rispetto così ferreo della gerarchia da giustificare il ricorso, in caso di disordine, all'olio di ricino.

memorandum

Magnopere curandum est id ut teneatur quod ubique, quod semper et quod ab omnibus creditum est (cfr. ©).

Nam res ipsa, quae nunc christiana religio nuncupatur, erat et apud antiquos nec defuit ab initio generis humani, quo usque ipse Christus veniret in carne, unde vera religio, quae iam erat, coepit appellari christiana (cfr. ©).
25/02/2009

Caro Gammal,
dopo lungo ruminare, ho finalmente digerito il rospo.
Non poteva finire altrimenti, peraltro, perché un cattolico che contraddica il Papa non è cattolico; se così non fosse, quale sarebbe la differenza tra me ed un protestante?
Va tutto bene, sicché. È bastato accettare le novità post-conciliari, dall'Antica Alleanza "mai revocata" (1981) ai "Fratelli maggiori nella fede" (1986). Maggiori - così Giovanni Paolo II - nel senso ontologico di "prediletti" (cfr. ©), oltre che in senso cronologico. Prediletti da noi cristiani, s'intende.
Va tutto bene. Benissimo.
Inoltre, se i fratelli maggiori sono definiti da Benedetto XVI "destinatari della Prima Alleanza" (cfr. ©), anziché dell'Antica, se ne deduce che adesso noi cristiani siamo destinatari della Seconda, non più della Nuova [che sostituisce la precedente]. Ergo, se la prima è tuttora valida, come una polizza assicurativa mai disdetta dal Padreterno, ferma restando la validità della seconda, dev'esser valida anche la terza.

 

Vedi il bello di un'aggettivazione appropriata? Laddove una Novissima Alleanza avrebbe stonato, una Terza Alleanza coi musulmani suona bene.
Esulta, dunque, vecchio mio, fratello minore di tuo fratello mezzano.* Come non c'è più bisogno di pregare pro perfidis judaeis, ormai fratelli prediletti, così non occorre più sperare nella conversione di quei birbanti di musulmani, ormai fratelli diletti.
Era ora. Lakum dinukum waliya din, "a te la tua Alleanza, al giudeo la sua e a me la mia". È la Triplice Santa Alleanza.

* Il mezzano sarei io, che sto tra il fratello minore muslimmo ed il fratello maggiore giudeo come il buco del culo sta tra la chiappa destra e quella sinistra. Non è una situazione lusinghiera, ma soddisfa l'innata esigenza d'umiltà del buon cristiano. D'altronde in parecchie lingue l'asino e l'ano vanno di pari passo.

La Pace sia con te.
Asno
11/02/2009

Caro Gammal,
hai notato la solerzia con la quale anche i cattolici che dispongono di "lingue potenti - per dirla con De Andrè - allenate a battere il tamburo" se ne servono, invece, per tutt'altro scopo? Perfino quando, in un sussulto di resipiscenza, s'arrischiano ad usarla verbalmente, subito ripiegano sulla funzione emolliente o, quanto meno, su quella lubrificante.*
E così titillano, lappano e umettano di bave.
Con tutto 'sto sciacquettìo, davvero corrono il rischio di annegare la Shoà in un mare di saliva.

* Ho scritto «ripiegano», ma avrei dovuto scriver «srotolano» (a mo' di lingua di Menelik). Altrettanto potrebbe dirsi per la supposta «funzione lubrificante», del tutto incongrua in tali condizioni ("Oh! Dolci baci! - canta Cavaradossi - Oh! Languide carenze!"). Incongrua, dicevo, a meno che l'effetto voluto non sia quello lustrale, lustrante ed illustrativo dello Shoà-shine. Ma si tratta di un effetto ormai paventato dagli stessi ebrei, almeno da quelli più avveduti, perché controproducente: "Yom Hashoa should be - cfr. © - the day when we commemorate the Shoa and do so tactfully and in age-appropriate ways. We should then teach our children to turn their gaze upward, away from the Holocaust, and live joyful, enriched, value-based, mission-oriented, full, and diverse Jewish lives. [...] We need a moratorium on Shoa education, on new Shoa exhibits and museums, and we must scale back what already exists in order to make room for the true essence of Judaism and the Jewish people to shine".

Secondo me il leccatore, in questo voler leccare più di quanto il leccato richieda, tradisce la propria concupiscenza. Concupiscenza, sì, perché ci dev'essere una componente erotica nel reiterare uno slurp dopo l'altro, forse sperando nel raggiungimento di quell'attimo supremo che Paolo Guzzanti chiama "Oh! Israele!".



La Pace sia con te.
Asno
23/01/2009

Caro Asno,
oggi vorrei proporre ai nostri lettori un paio di articoli che vanno letti soprattutto da chi in Italia e da chi italiano si voglia interessare di Islam. Più ancora da chi sia italiano e musulmano (non importa come, giacché si vedrà come Enderle, Insabato, Rafanelli, fossero musulmani sui generis).
Il primo, di C. Mutti, è Mussolini e la spada dell’Islam (cfr. ©).
Nel breve, ma succoso, saggio l'autore prende le mosse col contrapporre "la posizione filoislamica di Mussolini a quella di Almirante, che a quell’epoca si era dichiarato contrario all’edificazione della Moschea di Monte Antenne, perché riteneva che sarebbe diventata un covo di 'estremisti palestinesi'". Come vedi, le attuali scelte di Fini sono pertanto più che coerenti (lo stesso Almirante essendosi - come è noto - rifugiato, a fine ventennio, presso amici ebrei torinesi).
Quel che ci si può forse chiedere è se l'attribuzione dell'aggettivo «fascista», sia ad Almirante che a Fini, fosse giustificata. Si legge infatti - ibidem - che "fin dagli esordi della sua politica estera, il governo fascista aveva manifestato l’intento di stabilire o di sviluppare le relazioni dell’Italia coi paesi musulmani, e non solo con quelli dell’area mediterranea e dell’Africa orientale. Già nell’ottobre del 1923 il Duce volle inviare in Afghanistan una missione politico-scientifica guidata da Gastone Tanzi e Luigi Piperno".*
Non aggiungo altro (perché questo Mussolini e la spada dell’Islam è da leggere per intero), tranne quanto segue. "Alle domande che alcuni si sono poste, circa la sorte della spada dell’Islam donata a Mussolini, la risposta è stata data da Donna Rachele in un’intervista pubblicata postuma tre anni fa: la spada dell’Islam, che il Duce conservava in una teca di vetro alla Rocca delle Caminate, fu democraticamente rubata durante l’assenza dei Mussolini, quando la Rocca venne devastata dagli antifascisti".

* In nota, C. Mutti precisa che "la missione fallì a causa di uno scandalo suscitato dall’ing. Piperno, il quale cercò di sedurre una donna afghana. Piperno fu ucciso da un paio di fucilate mentre si trovava sul terrazzo della legazione italiana di Kabul, laddove sul gruppo degli italiani si riversò l’indignazione popolare". Certo, chi abbia visto "Il marchese del Grillo" non può ignorare l'appartenenza del cognome 'Piperno' ad una nota etnìa, probabilmente poco idonea a favorire i contatti col mondo musulmano.

L'altro saggio è L'oggetto misterioso. L'immagine dell'Islàm nell'Italia tra le due guerre mondiali (cfr. ©) di E. Galoppini. Con grande accuratezza vi sono delineati i differenti tipi di approccio dell'italiano, colto e no, a questo «oggetto misterioso» (approccio rimasto in buona parte invariato fino ad oggi). Non senza qualche ironia, l'autore cita in dettaglio sia le omologazioni tra musulmani e fascisti che quelle tra musulmani e comunisti, nonché le filiazioni dell'islamismo dal cristianesimo e quelle dell'islamismo dall'ebraismo,* trattandone ogni implicazione, da quella politico-ideologica a quella etico-religiosa.
Ma dove m'è piaciuto di più, E. Galoppini, è nei passi dove tira in ballo Guénon e Schuon.
Di quest'ultimo, a proposito del mero exoterismo, trascrive quanto segue (nota n° 52). "«Se, per millenni, gli uomini hanno potuto contentarsi del simbolismo morale della ricompensa o del castigo, non è perché fossero stolti, [...] ma perché possedevano ancora il senso dell'equilibrio e dello squilibrio. [...] Essi avevano in un certo senso sperimentalmente, giacché erano contemplativi, la certezza delle norme divine da un lato e quella delle imperfezioni umane dall'altro; era sufficiente che un simbolismo rammentasse loro ciò di cui avevano un presentimento naturale»".
Di Guénon, invece, dopo aver precisato che "l'universalità dell'Islàm non è da intendere in senso politico-sociale [perché] non si tratta affatto di cosmopolitismo", cita prima il lapidario (nota n° 79) «L'universale è l'informale, comprendente nello stesso tempo il non-manifestato e gli stati di manifestazione sovraindividuali», quindi indirizza (nota n° 15) ad alcune tra le più belle pagine dell'Introduzione generale allo studio delle dottrine indù.

* Quest'ultima è la tesi sostenuta, tra gli altri, dal tuo prediletto don Nitoglia (cfr. ©). A me sembra il gioco delle tre carte, perché chi cerca di screditare la Rivelazione altrui finisce con lo screditare anche la propria. In proposito, come sai, il Corano non rinnega né la Torà, né il Vangelo.

Infine (nota n° 15, ancora), contrapponendo esoterismo ad exoterismo, così conclude con P. Sérant: "«In questo nostro mondo 'desacralizzato', le ideologie politiche hanno spesso usurpato il ruolo un tempo svolto dalle tradizioni religiose e metafisiche. [...] sarebbe vano pretendere di stabilire una parentela tra il fascismo e le dottrine tradizionali [...]. Le ideologie moderne non vanno confuse con le dottrine tradizionali, anche quando prendano a prestito questo o quell'elemento delle dottrine stesse, o ne invochino l'autorità»".
Ecco, vorrei anch'io concludere così, sia perché la politica moderna non ha nulla a che fare con quella classica, sia perché dall'11/IX la situazione è drammaticamente cambiata (proiettando la politica non solo a livello religioso-umano, ma addirittura a livello sovrumano).

Ma'as salama.
Gammal
20/01/2009

Caro Gammal,
il blog che m'hai segnalato merita ogni attenzione. Avendo già aggiunto Mustafa ai nostri link, presento un breve stralcio di un suo post (cfr. ©).

«Il giorno di Sabato Santo mi trovavo in una cittadina della Padania e sono stato colpito da un manifesto di un giornale locale che, a grandi titoli, come si conviene ad un manifesto pubblicitario, riportava: FOLLA STRARIPANTE ALLA PROCESSIONE DEL VENERDÌ SANTO.
Bene, ho pensato, anche in queste tristi lande padane si sta riscoprendo la religione dopo l’abbuffata di laicismo (per non dire ateismo) degli ultimi decenni.
Non so se lì in Padania usino come da noi nelle Due Sicilie portare in processione le statue di Maria Addolorata e del Cristo sanguinante, però presumo che facciano qualcosa di simile. Quindi dovrebbero conoscere la “icona” dell’Addolorata com’è generalmente rappresentata.
Bene, quello stesso pomeriggio, mentre passeggiavamo per la città, mia moglie, mia figlia e la suocera di mia figlia insieme, davanti, tutte e tre con l’hejab; io, mio genero e il mio consuocero un po’ più dietro, ci capita di sentire il commento di alcune donnine che avevano appena incrociate le “nostre” donne e che non immaginavano d’essere ascoltate. Dicevano: “Io proprio non capisco perché queste qui debbano vestire a questa maniera…”.
Che dire? Posso capire che non condividiate quel vestito, soprattutto il foulard, che, grazie ad una ben orchestrata campagna diffamatoria, è assurto a simbolo dell’oppressione femminile. Posso capire che non lo condividiate perché in opposizione ai valori laicisti e modernisti che vi hanno “invaso” il cuore (e di questa “invasione” non si lamenta nessun assertore della difesa dei “nostri” valori cristiani). Quel che invece non riesco a capire è come non riusciate a collegare le immagini della vostra religione con l’immagine delle nostre donne in modo da, non dico comprendere, ma almeno capire perché queste vestano così.
La Tradizione, quella con la T maiuscola, l’eterna Tradizione, quella cui faceva riferimento Maria (pace su di lei) e quella cui fanno riferimento i musulmani da sempre, impone un certo codice d'abbigliamento che, tra le altre cose, considera le chiome femminili nudità da coprire .
Qualcuno potrebbe dire: “Si, ma questi episodi non possono avvenire in Padania, una terra ormai scristianizzata, ma solo nelle Due Sicilie”. E come la mettiamo con la folla straripante alla processione del Venerdì Santo?»

Mi piace chiudere la presente con questa tua nota: "Come popolo prima romano e poi cristiano siamo sempre stati particolari; ma quando diventeremo musulmani passeremo ogni immaginazione".

La Pace sia con te.
Asno
16/12/2008

Caro Asno,
mi son pentito spesso d'aver parlato. Mai, d'aver taciuto.
Del resto, a buon intenditor ...





Ma'as salama.
Gammal
12/11/2008

Caro Gammal,
come hai notato, Carlo si sta cacciando in un ginepraio (cfr. © e ©). Tra l'altro, essendo "femmina" gynè, in greco (donde ginecologo, o ver fichiatra), come "pro-loco" sta per «campanilismo» così "gine-pro" equivale a «femminismo».
Cave foeminam, insomma.* Carlo dev'essersi scordato ch'ella "muta d'accento", oltre che di pensiero: non a caso, infatti, la si definisce sia una calamita che una calamità.

* Sul tema c'è un laconico post del blog Omnia bona sunt. Più che laconico, diciamo azzittato, perché il solitamente ospitale oste dell'host Photobucket ha censurato l'immagine (cfr. ©). Se dài un'occhiata al mio commento in loco, puoi vedere l'hard-core incriminato e domandarti se la vera ragione della censura non sia invece più sottile. Il serpente biblico, infatti, lì s'è trasformato in una donnola, ovvero nel pleonasmo d'una donna che tenta se stessa. Bestemmia oscena, non trovi?

A questo punto, mi chiederai che ciazzècca la donna coll'ebreo (israelita, sionista, giudeo, tutto quel che vuoi, tranne semita, vuoi perché la maggioranza degli ebrei non è semita, vuoi perché la maggioranza dei semiti non è ebrea, bensì araba. Ciazzècca, perché la cittadinanza israeliana, se tua madre non è ebrea, diventa un miraggio.
Ora, il buffo della cosa non è tanto il testa-coda semantico caro a Woody Allen,* che in questo caso si realizza parlando di "laicità d'uno stato rabbinico" o di "razzismo d'uno stato democratico", quanto la matrilinearità del DNA ebreo. Buffo, ma non dal punto di vista religioso, che è invece assai poetico, oltre che condivisibile, se si è credenti: "Un midrash molto bello - cfr. © - racconta che nel grembo materno il bambino impara tutta la Torà, ma appena esce fuori viene un angelo che gli dà uno schiaffetto sulla bocca, facendogliela dimenticare (da cui deriverebbe il segno che abbiamo sul labbro superiore)".

* Una celebre battuta di Woody Allen, inimitabile virtuoso di questa tecnica, è la seguente: “Ero solito portare una pallottola nel taschino, all'altezza del cuore; un giorno un tizio mi tirò addosso una Bibbia, ma la pallottola mi salvò la vita”.

Buffo, dicevo, ma dal punto di vista opposto a quello religioso. Perché? Perché, se sei maschio, ateo e figlio di madre non ebrea, non hai alcuna speranza di prendere la nazionalità israeliana (cosa invece possibile al convertito, previa circoncisione - cfr. © - e bagno rituale, preceduti e seguiti da un congruo periodo di studio). Se invece sei figlio di madre ebrea, il tuo esser ateo o meno è del tutto ininfluente.
Vedi la potenza della femmina? Se uno pensa che gli ebrei di cui l'ebreo mena maggior vanto, peraltro a buon diritto, sono atei (cfr. ©), gli vien fatto di chiedersi a che cosa serva la religione. Ti lascio con un'altra battuta di Woody Allen: "Sai quando un feto ebreo diventa umano? Quando si laurea in medicina".

La Pace sia con te.
Asno
28/09/2008

Caro Gammal,
siamo diventati tutti patopatici, tutti sofferenti, cioè, una patia non meglio identificata, ma per la quale è sempre reperibile in commercio l'antidoto specifico.
Anche quando ti senti bene, non puoi fare a meno di avvertire quell'oscuro malessere, abilmente fomentato dalla pubblicità scientifica (ovvero dalla scienza pubblicitaria), che potremmo definire «patopatofobia».
È qualcosa di più della semplice patofobia ("paura di soffrire"). La patopatofobia è la paura generica e indistinta di patire un patia subdola, ma devastante, celata dietro un innocuo mal di testa.
Mi dirai che è più semplice chiamarla «ipocondria», il che, in buona parte, è vero. La differenza tra il malato immaginario di ieri e quello d'oggi, però, è che il primo veniva sistematicamente smentito dal medico, laddove il secondo si trova nella situazione esattamente contraria. Dove lo trovi più, un medico che abbia il coraggio (o l'onestà, secondo i casi) di fare una diagnosi a vista, vale a dire senza averti fatto girare come una trottola tra un'analisi e l'altra?
Per giunta, dopo essserti fatto rigirare come un guanto, non avrai comunque un responso definitivo. Nel migliore dei casi, ti verrà consigliato di stare all'erta, ripetendo periodicamente dette analisi. In altre parole, come fino ad ieri si reiterava la confessione, oggi si reitera la TAC,* la MOC e mirabilie simili. Anche questa è una religione, non trovi?

* Tempo fa, in autobus, sentivo parlottare due vecchie. L'argomento, lì per lì, sembrava vertere sulla chirurgia estetica ("Chella s'è rifatta 'a 'ntacca e 'a mmocca"), anziché sulle analisi omofone (TAC e MOC). Dato che, per un partenopeo, 'a 'ntacca è la fenditura per antonomasia e, 'a mmocca, la bocca, m'è venuto da ridere, pensando all'orifizio che mancava, per ultimare la trilogia di Carpegna. Chi è costei? Mo' ti spiego. Trattasi di famiglia romana di umili origini, pervenuta alla nobiltà grazie ad un'opportuna politica matrimoniale, laonde il Belli dice, della sposa non abbiente, "che cià solo la dote de Carpegna | e ciovè la bocca, 'r culo e la fregna".

La Pace sia con te.
Asno


P.S. Questo blog sta prendendo una brutta piega.
02/09/2008

Caro Gammal,
oggi resto senza parole. Ho scovato il ritratto sottostante e, prima di dire a quale illustre musulmano è dedicato, voglio tenerti un po' sulle spine.



Ovviamente, il quadretto che costui impugna raffigura la beata Vergine.
La Pace sia con te.
Asno
26/08/2008

Caro Gammal,
rubo a Genseki un brano esplosivo (cfr. ©), tratto dal Fusus al-hikam di ibn-Arabi. Visto che - come dicevi poc'anzi al buon Petrus - mi si prende spesso e volentieri a pesci in faccia, questa è la volta buona per porgere l'altra guancia. E, se saranno calci in culo, mi comporterò analogamente.

«Il credente loda soltanto la divinitá che è compresa nel suo credo e a questa aderisce; egli non puó compiere alcun atto che non lo riconduca a se stesso. Allo stesso modo nulla vi è ch'egli lodi senza lodare se stesso. Perché è indubbio che chi loda l'opera ne loda l'autore; la bellezza o la sua assenza ricadono sull'artefice. La divinitá nella quale si crede è plasmata da colui che la concepisce ed essa è quindi la sua opera; la lode rivolta a ció che crede è l'elogio diretto a se stesso. Proprio per questo egli condanna qualsiasi credo differente dal proprio; se egli fosse giusto non lo farebbe, ma lo fa perché resta fermo su un particolare oggetto di adorazione. È chiaramente nell'ignoranza e per tale motivo il suo credo in Dio implica la negazione di tutto quanto ne è diverso; se conoscesse il detto di Junaid ("il colore dell'acqua è quello del suo recipiente") consiglierebbe a ogni credente di credere in ció che crede, conoscerebbe Dio in ogni forma e in ogni oggetto di credenza. Per questo Allah ha detto: "Io sono conforme all'opinione che il mio servo ha di me".* Cioè, io gli appaio nella forma del suo credo; se vuole puó sia ampliarlo che ridurlo. La divinitá in cui si crede assume i limiti del credo ed è questa la divinitá contenuta nel cuore del servo. La Divinitá assoluta non è contenuta in alcuna cosa, perché essa stessa è l'essenza delle cose».

* È un hadith qudsi, ovvero un detto del Profeta di autorità quasi pari a quella coranica. Sull'argomento c'è un bel post di Takbir (cfr. ©).

La Pace sia con te.
Asno


P.S. L'illustrazione sottostante potrebbe intitolarsi "Dio che guarda Se stesso", non trovi?

22/05/2008

Caro Gammal,
ricordi la querelle tra Evola e Guénon circa la coincidenza delle figure sacerdotale e regale in un solo individuo? Il loro disaccordo, in realtà, era limitato a tempi relativamente recenti, se è vero che fino a poche decine di migliaia d'anni or sono la divisione in caste non aveva motivo di porsi. Comunque sia, Evola considerava l'unione delle due figure più normale (ovvero, più "a norma di Legge") di quanto facesse Guénon, per il quale l'autorità sovratemporale rappresentata dal sacerdote non può in alcun modo mischiarsi col potere temporale di un re legittimamente investito [dal sacerdote stesso].*
Bene, ci stavo pensando proprio ieri, leggendo un commento dell'eccellentissimo duca di Gandìa (cfr. ©, #6), che ricordava i colori della bandiera pontificia esser stati fino ad ieri il bianco e il rosso. Sono gli stessi colori che l'inimitabile padre Scomparin attribuisce rispettivamente a se stesso, in quanto sacerdote, e ad un lettore benevolmente invitato a darsi alla cavalleria (cfr. ©).

* Un'altra sinistra parodia dei tempi ultimi, nei quali Satana si sta dedicando alla sistematica contraffazione dei tempi d'oro, è rappresentata dalla monarchia inglese. Lo scisma anglicano emblematizza infatti l'insubordinazione della seconda casta (regale, guerriera ed amministrativa) e la di lei illecita assunzione delle prerogative della prima (sacerdotale, cioè ecclesiastica).

Ora, l'unione dei colori araldici sacerdotale e regale in una sola bandiera, nel suo simboleggiare la coincidenza di cui parlavo all'inizio, fa della Chiesa l'erede genuina della Tradizione primordiale. In altre parole, Cristo scavalca Abramo e si connette direttamente a Melchisedec (re e sacerdote - afferma san Paolo nella Lettera agli ebrei, VII, 1-3 - "senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni né fine di vita, fatto simile al Figlio di Dio").* A quest'ultimo, infatti, Abramo pagò la decima. E da quest'ultimo Abramo fu benedetto. Come Melchisedec, pertanto, Cristo è autenticamente sacerdote ed insieme autenticamente re (la sua appartenenza alla tribù regale di Giuda, anziché a quella rabbinica di Levi, configurandosi quale ennesima dimostrazione dell'essere, la realtà sensibile, "specchio [ed enigma]" della realtà intelligibile).

* Su Melchisedec e sui suoi rapporti con altri nomi sospesi tra il biblico ed il mitico (non escluso al Khidr), ti invito alla lettura dell'ottimo Preesistenza di Gesù e Maria alla loro Incarnazione, di F. Cavallaro (cfr. ©, in Metapolitica), alla rilettura del già citato padre Scomparin presso Petrus (cfr. ©, post nel quale bastera cercare "Mikael") e ad una breve scorsa di un mio vecchio post (cfr. ©). Colgo l'occasione per dirti che al tuo commento di qualche minuto fa (cfr. ©, #59), ancora presso Petrus, non ho nulla da aggiungere. Condivido tutto, tranne (stante quanto detto sopra) il "ricollegamento abramico".

La Pace sia con te.
Asno



P.S. Devo l'immagine soprastante al sito Maràn athà (cfr. ©, pagina che ne espone anche altre, non meno ragguardevoli).
17/03/2008

Caro Asno,
sono ricapitato nel blog Nihilalieno.
La prima volta che ci capitai, lessi un post nel quale si parlava di un devoto musulmano che, a forza di star chinato fino a terra, in preghiera, s'era causato una macchia indelebile sulla fronte.
Apprezzai molto, a suo tempo, l'elogio della devozione islamica fatto da questa monaca. Purtroppo non ho ritrovato il post. In compenso ti segnalo quest'altro (cfr. ©), nel quale si fa un parallelo tra la bontà e la gioia: "Non si può rimanere a lungo tristi senza diventare cattivi". È vero.



Mi piace questa suora. Per quanto la sua scelta di vita sia incomprensibile, ad un musulmano, merita apprezzamento. M'ha fatto tornare in mente un passo di padre Borrmans (cfr. ©): "Maria, una donna consacrata, l’unica donna consacrata che si possa immaginare nel Corano e nella tradizione islamica. Sì che le nostre suore possono sempre rispondere all’amico musulmano che chiede: 'Ma perché non ti sei sposata?'. Basta dire: 'Seguo le orme di Maria! Non si è sposata!'".
Bello.
Ma'a as salama.
Gammal
13/02/2008

Caro Asno,
oggi ti sottopongo qualche riga del tuo Chesterton, a riprova del fatto che le differenze comportamentali tra musulmani e cristiani sono dovute più al tempo che alla rispettiva dottrina.

È opinione moderna che il camino serva a scaldare la gente. In realtà esso serve a scaldare la gente, ad illuminare l'oscurità, a rinfrancare gli animi, a tostare le focaccine, a cambiar l'aria del locale in cui si trova e di quelli comunicanti, ad arrostire le castagne, a raccontare storie ai bambini, a far giochi d'ombra sui muri, a far bollire la pentola che è sospesa al suo interno ed a rappresentare il rosso cuore di quella casa per cui, come dicevano i grandi pagani, un uomo deve esser pronto a morire.
La donna è come il fuoco.
Da lei ci si aspetta che sappia cucinare; non ci si aspetta l'eccellenza del cucinare, ma un cucinare che sia comunque migliore di quello di suo marito (che si sta guadagnando la pagnotta tenendo conferenze o spaccando pietre). Da lei ci si aspetta che sappia raccontare storie ai bambini, storie né originali, né artistiche, ma storie migliori di quelle che potrebbe narrare un cuoco di prima categoria. Da lei ci si aspetta luce, calore ed aria nuova, pulita e profumata; non l'aria delle vette innevate, certo, ma neppure l'aria stantìa di chi ha passato la giornata tenendo conferenze o spaccando pietre.
A differenza del marito, che ha un mestiere, lei ha ben più d'un hobby: cuoca, ma non cuoca competitiva, insegnante, ma non insegnante competitiva, decoratrice, ma non decoratrice competitiva, sarta, ma non sarta competitiva, e così ad libitum. Però da lei non ci si può aspettare che, oltre alle cento incombenze non competitive all'interno della casa, ne abbia anche una competitiva all'esterno.


Non dico nulla, anche perché potrebbe esser rischioso, sull'importanza della «casalinga» ai fini della sicurezza e del benessere della prole, della coesione intra ed extrafamiliare (parenti, amici, conoscenti, etc.) e, last but not least, sull'autonomia che deriva dal vivere in una comunità i cui componenti sono «linkati» tra loro grazie alla figura femminile.
Il matriarcato, passami la provocazione, era cristiano fino ad ieri. Oggi non è che musulmano.
Ma'a as salama.
Gammal
11/02/2008

Caro Asno,
sei stato un po' sleale, nella tua ultima. Cujus religio ejus pregio ("ad ogni religione il suo pregio", in un latino non proprio ortodosso) è un bell'argomento di conversazione; però tu non puoi citarmi come pregio qualcosa che io non posso apprezzare, senza rinnegare la mia fede.
Per noi musulmani l'Unico è trascendente in modo assoluto e la Sua alterità, rispetto al mondo, è del tutto incommensurabile. Parlare di madre e di figlio, pertanto, per noi significa parlare di politeismo (shrik), ovvero del peccato massimo. Ed anche il termine «padre» è inaccettabile, nell'Islam, perché il Creatore fa ciò che vuole, quando vuole e come vuole, mentre un padre è soggetto a vincoli, quanto meno affettivi, nei confronti della prole.
Anziché "cujus religio ejus pregio", insomma, potevi dire "paese che vai, usanze che trovi". Non dico "mogli e buoi dei paesi tuoi", perché sappiamo bene a quanti paesi diversi appartengono sia i musulmani che i cristiani.
Ma veniamo al bello dell'Islam.
Non farò un elenco di cose aliene dalla tua fede (alle quali dedicherò, a Dio piacendo, una lettera futura) e mi limiterò a quanto ogni cristiano deve non solo apprezzare, ma addirittura rimpiangere.

  • La devozione. Il musulmano osservante prega cinque volte al giorno, secondo un rituale minuzioso che va dall'orario di ogni singola orazione (variabile secondo le stagioni) alla pulizia personale, essendo anche le abluzioni variabili secondo le necessità.
  • La fierezza. Il musulmano non si vergogna né di proclamarsi tale, né di pregare in pubblico, né di astenersi da cibi, bevande, letture o discorsi considerati peccaminosi.
  • L'allegria. Qui ti rendo pan per focaccia, perché la serietà (o la gravità) che attribuisci ai musulmani la puoi trovare solo nei rapporti con Allah, subhana wa ta'ala, rapporti regolati da quelle "buone maniere" (adhab, in arabo) indispensabili per rivolgersi, con la fronte chinata fino a terra, al Signore dei mondi (rabbi al 'alamin). Ma nei rapporti umani, nei limiti imposti dalla decenza e dal rispetto, nessuno è così pronto alla battuta, al riso ed al sorriso, come il musulmano. Se vuoi, è perché siamo meno «evoluti» dei cristiani (più giovani di ben sei secoli, cioè), ma siamo perciò anche più ingenui (nel senso etimologico di naif, "nativo") e quindi più pronti, come il bambino e il poeta, alla meraviglia ed alla gioia. Peraltro, non voglio neppure accennare alla cupa, torva ed invincibile depressione dell'ateo, a paragone del quale il cristiano, per quanto mediamente meno gioviale del musulmano, è un campione di perfetta letizia.
  • La coesione. Il musulmano non è mai senza famiglia. Anzi, ne ha più d'una, a "scatole cinesi": quella d'origine, quella che s'è creato sposandosi e quelle che i suoi figli hanno creato sposandosi a loro volta, quella "allargata" (parenti e consanguinei anche alla lontana) ed infine quella della "comunità dei credenti" (Ummah) sia locali che sparsi per l'universo mondo. Certo, la struttura sociale d'oggi non è più quella d'un tempo.* Si direbbe che i sei secoli d'anzianità che ci separano cominciano a mostrare i loro effetti nefasti anche presso di noi, perché fino al 1500 mi pare che l'Ecclesia medioevale reggesse ancora e che, tutto sommato, fino ad allora le differenze tra cristiani e musulmani fossero quasi esclusivamente dottrinarie.

* Pensa all'Arabia saudita. È necessario precisare che la cosiddetta "dinastia saudita" deve la sua instaurazione alla politica che i 'governi occidentali' (in primis ovviamente gli inglesi, maestri nel 'divide et impera') hanno esercitato nell'area geografica compresa fra le sponde del Mediterraneo orientale e quelle dell'Oceano indiano, da circa due secoli a questa parte, con sempre maggior impegno militare e sforzo bellico. L'Arabia si trova al centro di quest'area e dunque non è stata risparmiata dalla strategia geo-poltica tesa fondamentalmente a contenere l'espansione demografica dei paesi abitati da musulmani da un lato e, dall'altro, a controllare le risorse energetiche colà presenti. Il colonialismo (ora diventato globalizzazione e libera manu del mercato) non si è manifestato solo in quei luoghi, altrove però ha preso forme diverse.
In certi casi s'è trattato di genocidio bello e buono (indigeni nord, centro e sud-americani, aborigeni varii) e s'è chiamato "conquista", in altri casi ha assoggettato le popolazioni impadronendosi della terra (Sudafrica, Rhodesia, Somalia, Congo, Libia, Algeria, etc.). In Oriente questa "supremazia occidentale" ha cercato piuttosto di corrompere dall'interno i vari neo-stati indipendenti, prima tracciando il loro confini col righello e poi mettendo a loro capo dei "sovrani" compiacenti. Che poi siano effettivamente sovrani poco importa. Vanno benissimo anche militari o presidenti, purchè funzionali allo scopo. Credo che queste cose si sappiano, ma quello che a volte non si sa è che dal punto di vista tradizionale tali regimi sono squalificati e non rappresentano altri che loro stessi. È dunque assurdo dire che questi governanti, qualsiasi titolo essi pretendano di avere, rappresentino l'Islam. Sarebbe come dire che il governo di Dublino o di Varsavia rappresenti il Cattolicesimo. O peggio quello di Roma. O Washington un non meglio definito governo cristiano-giudaico.
L'ultimo esempio, se proprio vogliamo cercarlo, di Stato "rappresentante autorizzato" dell'Islam è morto agli inizi del Novecento, e fu l'Impero Ottomano. Anche se in modi e forme diverse si potrebbe paragonare tale dinastia agli Asburgo, ultimi regnanti per conto del Cattolicesimo "regolare".

Non voglio parlare, per ora, di altre attrattive dell'Islam quali la zakat, o il prelievo della decima o l'assenza di un clero organizzato alla maniera ecclesiastica. Aggiungo solo che la prima, peraltro necessitante di un'autorità temporale legittima (il califfo, o khalifa) e di una moneta sacra (il dinar d'oro e il dirham d'argento) incarnava in terra la giustizia del cielo e che la seconda non fa dell'imam quello che è il prete, cioè l'unico professionista autorizzato (e regolarmente iscritto all'albo) a trattare, per tuo conto, con Dio. Nell'Islam ogni essere umano se la vede a quattr'occhi con Allah, subhana wa ta'ala.
Non voglio parlare di queste cose, perché in questo post è mia intenzione farti riflettere solo sui quattro punti che ho elencato prima, punti che il cristiano, perlopiù, ha perso. Colpa del progresso, colpa di Satana. Se così non fosse, perché tutto il mondo occidentale è in guerra contro i musulmani? Non ti pare che si tratti della stessa guerra ingaggiata, nei secoli scorsi, contro la Chiesa?

Ma'a as salama.
Gammal
08/02/2008

Caro Gammal,
oggi tira vento, nella capitale.
Non è il solito ponentino, ma una tramontana secca e tagliente; e la testa, vuota più del solito, mi va qua e là come un palloncino. Vago e divago, sicché, ondivago come le bottiglie di plastica che s'accavallano l'una sull'altra nella schiuma sottostante questo ponte dedicato all'«eroe dei due mondi». Minkia.

Il bello del cristiano, di cui poi s'è abbellito anche il musulmano, è nella sua universalità. Il cristiano - dice san Paolo (Galati, III, 28) - "non è giudeo o greco, schiavo o libero, maschio o femmina", ma è cristiano e basta. Altrettanto si può dire del musulmano. Lasciamo stare i metodi, talvolta un po' troppo persuasivi, con cui le nostre rispettive fedi sono state esportate in tutto il mondo e soffermiamoci su un fatto: la prima delle tre religioni monoteiste non ha (e non può avere) mire proselitistiche. Al popolo eletto si appartiene solo per discendenza di sangue, al punto che la fede vi è considerata un optional, forse un accessorio gradito, certo non un requisito indispensabile. Pertanto, mentre giudeo e figlio di madre ebrea sono sinonimi (non viceversa, evidentemente), musulmano e figlio d'arabo (od araba) non lo sono più di quanto lo siano cristiano e figlio di genitori romani, ellenici, palestinesi, messicani o giapponesi.
Quanti arabi, infatti, non sono musulmani? Prendi Magdi Allam: un egiziano che si professa evoluzionista (cfr. ©) e laico (anzi, con bell'ossimoro - cfr. © - "musulmano laico") è semplicemente un moderno.

Altra raffica di vento. E il palloncino vola in senso inverso. Il dialogo va bene, ma non si deve idealizzare la mezzaluna [di miele]. Sai cos'è che mi mette un po' a disagio, coi musulmani? La loro serietà. Intendiamoci, anche i cristiani erano assai più gravi, fino all'altro ieri (come i nostri nonni, nei vecchi dagherrotipi color seppia), tuttavia il Vangelo, rispetto al Corano, mi sembra scintillare d'un sorriso a fior di labbra che in quest'ultimo manca.
Qualche esempio? "Cinque passeri - Luca (XII, 4) - si vendono a due soldi. Eppure non c’è un passero che non sia tenuto in conto da Dio, come contati sono tutti i capelli della vostra testa. Non temete, pertanto, perché uno di voi vale più di cinque passeri". Ancora, "Date a Cesare - Matteo (XXII, 21) - quel che è di Cesare", cioè una delle due facce d'una sola moneta. Non basta. "Le sono perdonati - Luca (VII, 47) - i suoi molti peccati, perché molto ha amato". Chi è costei che il Signore perdona? Una meretrice. E chiudo col Pater noster nel quale, senza renderci conto della divina ironia, noi cristiani chiediamo la cancellazione dei nostri debiti nella misura in cui li cancelliamo ai nostri debitori.
Ciò nonostante, il Vangelo non è un testo umoristico. Ma è proprio la sua divina tragicità a permettere l'altrettanto divina leggerezza, quasi che un opposto si ribalti nell'altro. Infatti, correggimi se dico una sciocchezza, mi pare che nel Corano manchi anche la tragicità.

Ma voglio salutarti all'insegna dell'allegria, come tu stesso hai fatto ieri (parlando dell'ENEL). È l'allegria trasteverina del mio amato Belli, un po' greve, ma legata a quella Roma papalina dei primi dell'800 la cui fede, a ricordarne la pudicamente dissimulata intensità, mi stringe il cuore.

Ner mentre che la Verginemmaria
se magnava 'n piattino de minestra,
l'arcangiolo Grabbiello, via via,
vieniva come 'n sasso de balestra.
Per un vetro sfasciato de finestra,
j'entrò in casa, er corriere der Messia,
e, co' 'na rama 'n mano de ginestra,
prima je recitò 'na Vemmaria
poi disse a la Madonna: "Sora spósa,
sête gravida lei, senza sapello,
pe' permission' de Dio da Pasquarosa".
Lei allora arispose ar Grabbiello:
"E come pô esse' mai 'sta simil cosa
se nun so manco cosa sia l'ucello?".

La santissima Vergine Annunziata,
inteso che averebbe partorito,
se diede moto de pijà' marito
pe' fà' ar meno quer fijo maritata.
E nun stette a badà tanto ar partito,
perché già la panzetta era gonfiata;
alla prima occasione capitata,
stese la mano, e fu tutto finito.
Su questo viè' a ciarlà' la gente sciocca.
Dice: "Poteva ar meno sposà' quello
che nun faceva bava da la bocca".
Nun dicheno però che ar vecchiarello,
accanto a quer pezzetto de paciocca,
j'arifiorí la punta ar bastoncello.

L'ultimo verso allude al miracolo della verga fiorita, ovviamente. Spero che questi endecasillabi non ti paiano irriverenti o, peggio, blasfemi. Sai, per noi cristiani il Padre e la Madre sono veramente papà e mamma.
La Pace sia con te.
Asno
06/02/2008

Caro Gammal,
tra gli «ecclesiolalici», per dirla con l'inimitabile cardinal Biffi, di FDF, L. Copertino è senz'altro colui al quale, sia per l'osservanza dogmatica che per l'apparentemente contradditoria ampiezza di vedute, mi sento più vicino. Agli altri, infatti, rimprovero o la banalizzazione del dettato dottrinale di alcune religioni medio ed estremo orientali o lo screditamento di figure pontificie quali Giovanni XXIII (le cui infatuazioni moderniste,* a non parlare delle frequentazioni massoniche, sono purtroppo assai chiacchierate) e Giovanni Paolo II, del quale è nota la simpatia nei confronti dei «fratelli maggiori».**

* Sul «papa buono», e sempre in FDF, D. Savino ha da poco pubblicato un articolo, Socci, Fatima e gli idoli di stoppa (cfr. ©), nel quale si analizzano le ragioni dell'idiosincrasia del pontefice verso suor Lucia e padre Pio, considerati «profeti di sventura» certamente perché visionari e probabilmente perché semianalfabeti. Al riguardo, l'autore cita il seguente passo del diario di A. Roncalli: "Motivo di tranquillità spirituale per me, e grazia e privilegio inestimabile, è il sentirmi personalmente puro da questa contaminazione che da quarant'anni circa ha intaccato centinaia di migliaia di anime istupidite e sconvolte in proporzioni inverosimili".
Dio mi perdoni, ma m'è venuto da pensare a Luca (XVIII, 11-14) ed alla parabola del fariseo e del pubblicano: «Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: "O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di quanto possiedo. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: "O Dio, abbi pietà di me peccatore". Dio mi perdoni, dicevo, perché la conclusione della parabola è il ben noto "chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato".

** A proposito di questa fortunata locuzione, che fece subito insospettire i destinatarii (riluttanti ad accettare la loro implicita identificazione in Caino ed Esaù), mi chiedo se l'ironia di questo grande papa non si sia spinta fino a suggerire l'equazione orwelliana «grande fratello = fratello maggiore», equazione poi dissimulata con larghi tributi di solidarietà per il presente e di pentimento per il passato.
Si potrebbe anche insinuare la presenza, nella metafora del grande polacco, di un tacito paragone tra la sedentarietà palestinese dell'Israele d'oggi (contrapposta all'erraticità dell'Israele di ieri) e la stanzialità di un Caino rurale (contrapposta alla nomade pastorizia di Abele). Questo scambio di ruoli vedrebbe l'«ebreo errante» Abele trasformarsi in un Caino a residenza fissa. Ora, come l'instabilità terrena del primo si traduce (giusta l'analogia specularmente inversa simboleggiata dal cosiddetto «sigillo di Salomone») in stabilità celeste, così la stanzialità terrestre del secondo ha il suo contraltare nella chiusura delle frontiere oltremondane (oltre che delle stesse mondane, visto che Caino è proverbialmente punito con il contrappasso del vagabondaggio perpetuo nella sfera lunare).
Che ne dici? Fuor di metafora, l'esilio quaggiù sarebbe la cittadinanza lassù. E viceversa.
Ciò premesso, se è vero che l'escatologia oltremondana secolarizzata in messianismo temporale è condannata al fallimento, la punizione di Caino è la delusione di Esaù. Perdita del diritto di primogenitura? Chissà. Laddove Martini e Kasper negano, Wojtila forse ammicca. "Se sbaglio, mi corrigerete".

Ti parlavo di L. Copertino, il cui Fatima: una profezia ancora aperta (cfr. ©) sfoggia più d'una perla. Tra queste, l'incrollabile fiducia nell'ortodossia pontificia (le presunte deviazioni dalla quale vengono ben inquadrate in chiave escatologica), la certezza nella bontà e nella veridicità delle epifanie mariane di Medjugorie e l'equilibrato parere sul conto di A. Socci.
Ma, a parere del somaro tuo amico, la perla vera è la seconda nota, dove si collazionano passi di V. Messori,* di L. Massignon e di G. Basetti Sani, i quali "hanno osservato - continua L. Copertino - che il nome della località portoghese nella quale apparve la santissima Vergine Maria non è casuale. La località portoghese delle apparizioni mariane che hanno illuminato il XX secolo deve infatti il suo nome ad una giovane nobile fanciulla saracena, figlia del governatore del castello di Alcácer do Sal, così chiamata alla nascita, dal padre, in onore della figlia del Profeta. Questa nobile fanciulla rimase coinvolta nella secolare lotta che nella penisola iberica impegnava cristiani e musulmani. Di lei infatti si innamorò un celebre paladino della Reconquista cristiana, don Golçavo Hermingués, che la sposò avendo ella accettato il battesimo. Una dolce storia d’amore interrotta però dalla precoce morte della giovane sposa. Don Golçavo, straziato dal dolore, abbandonò le armi e si fece monaco nell’abbazia cistercense di Alcobaça, dove ottenne di trasferire i resti mortali della giovane moglie. Qualche tempo dopo, l’abbazia fondò, a pochi chilometri, un piccolo monastero, superiore del quale fu nominato proprio don Golçavo, il quale fece deporre i resti mortali di Fatima nella nuova chiesa della località fino ad allora deserta che, in tal modo, prese nome da colei che, nata musulmana, morì esemplare sposa cristiana. Esiste tuttora una chiesa, dedicata alla Madonna, nella quale si dice siano state conservate a lungo le spoglie mortali della giovane Fatima. Dunque, sin dal medioevo, Dio aveva un disegno molto preciso su Fatima. Sicché non è azzardato avanzare l’ipotesi che, apparendo a Fatima, alla Cova da Iria, località che deve il suo nome ad una fanciulla musulmana, battezzata, che portava il nome della figlia prediletta di Maometto, la Madonna abbia voluto implicitamente indicare, come effetto del futuro, ma sicuro, trionfo del Suo Cuore immacolato, anche la finale conversione dei musulmani a Cristo, Dio-Uomo (divino-umanità, del resto, secondo Massignon e Basetti Sani, già adombrata dallo stesso Corano)".
E chissà se non sia del tutto illecito ipotizzare che, mentre il componente quel «piccolo resto», per salvarsi, dovrà abiurare la sua fede (o quanto meno quei passi talmudici, che fanno parte integrante del giudaismo post-biblico, insultanti Gesù, Maria e tutti gli «animali parlanti» non ebrei), non sarà costretto a tanto quello che un nostro cattolicissimo amico, in un momento d'abbandono, ha definito il «kathekontico» musulmano?
Se si pensa che il ruolo «giudiziario» di Isa/Gesù, nel Giorno per antonomasia, è verità di fede anche islamica (ad esempio, Corano, IV, 159), in qualche modo l'attuale successore dei due papi sopra citati ha implicitamente confortato l'ipotesi precedente, ribadendo (nella Spe salvi, al § 47) che "l'incontro con Lui è l'atto decisivo del Giudizio".
Dici che ho forzato un po' troppo il passaggio coranico, equiparando «testimone» a «giudice»? Fammi sapere.

* V. Messori, ricordando la predilezione del Profeta per la figlia Fatima, alla quale fu dallo stesso Maometto annunciato il massimo ruolo femminile, in Paradiso, dopo Maryam, così commenta: "Una superiorità, dunque, nello stesso Cielo musulmano, di quella che i cristiani chiamano «Regina Coeli»".

La Pace sia con te.
Asno