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Non contraddire chi può dispiacersene.
Se è possibile, elogia; se no, taci.
Pensa sottratte a Lui le lodi rivolte a te.

chestertonate

Il dogmatismo unisce, come una frontiera collega. Quanti magnanimi musulmani e quanti nobili cristiani sono stati più vicini gli uni agli altri, nel loro rispettivo dogmatismo, di tanti agnostici senza un credo, senza una dottrina e, in una parola, senza una casa? Un dogma è come l'ancora per una barca e come il picchetto per una tenda; il contrario di una dogma è un vago ideale, una barca alla deriva, una tenda in balìa del vento. Che un pollo possa esser mangiato e che un uomo no, è un dogma. Che tutto possa esser mangiato (almeno finché il senno di poi non ne prova la tossicità) è il contrario di un dogma. Torneremo a cibarci di carne umana, in assenza del dogma che lo vieta? È probabile, anche perché la carne umana, purtroppo, non è tossica.

Chi comincia col combattere la fede, in nome della liberta della ragione, finirà col combattere la libertà, in nome della fede nella ragione.

La grande marcia della falsificazione proseguirà. Tutto sarà negato. Sarà una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle. Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che in estate le foglie sono verdi. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l'erba e i cieli, dichiarati impossibili dall'ateo, con il coraggio del devoto. Saremo tra quanti hanno creduto, pur avendo visto.

Se l'anarchico fosse coerente, dovrebbe apprezzare il disordine anche al suo interno, anziché pretendere, dentro di lui, un rispetto così ferreo della gerarchia da giustificare il ricorso, in caso di disordine, all'olio di ricino.

memorandum

Magnopere curandum est id ut teneatur quod ubique, quod semper et quod ab omnibus creditum est (cfr. ©).

Nam res ipsa, quae nunc christiana religio nuncupatur, erat et apud antiquos nec defuit ab initio generis humani, quo usque ipse Christus veniret in carne, unde vera religio, quae iam erat, coepit appellari christiana. (cfr. ©).
30/05/2008

Caro Gammal,
visto il tono elevato dei commenti che si stanno intrecciando in calce al post del 22 scorso (cfr. ©), ad onta delle calze smagliate di Miseria e dei mutandoni di lana di Battiato, colgo l'occasione per calare un po' di livello.
Devi sapere che, in quattro mesi, questo nostro blog ha totalizzato più di 3000 visite, per l'esattezza e nell'ordine 2817 dall'Italia, 118 dalla Nuova Caledonia e poi, da 20 in giù, stati UE ed USA.
Conosci qualche neocaledoniano di Noumea?
Le visite provengono tutte da questa città. Per fare un paragone, sappi che quelle da Roma sono 422 e quelle da Torino 408.* Seguono Brescia con 290, Milano con 171, Bologna con 144 e poi Noumea, appunto.
Potrà forse incuriosirti il grafico sottostante, nel quale le palline gialle indicano le località in cui risiedono i nostri visitatori. Noumea è quella in basso a destra, per te che osservi.



* Essendo le visite da Roma e da Torino, rispettivamente, le mie e le tue, è giocoforza ammettere che i lettori di questo blog siamo io, mammeta e tu. Meglio così, 'ché ci laviamo i panni sporchi in famiglia.
Resta però l'arcano della Nuova Caledonia. Secondo te c'entra qualcosa il simbolo della casta sacerdotale, ovvero il cinghiale omonimo? Sbaglierò, ma mi sa che c'è un'Olbia anche lì, tra Scozia e Scythia.

La Pace sia con te.
Asno
15/04/2008

Caro Gammal,
lo sai che non guardo la televisione. La guardavo qualche decina d'anni fa, quando la figlia era piccola e me la spupazzavo ogni pomeriggio (ovvero quando l'orario lavorativo dell'impiegato statale non prevedeva il riposo del sabato, introdotto per compiacere la Sinagoga, ed i conseguenti «recuperi» pomeridiani).
L'appuntamento obbligato era alle ore 17, con un programma che s'intitolava Bim Bum Bam. Interrotta ogni lettura di fiabe, sospeso ogni assemblaggio di mattoncini Lego e messa a nanna la Barbie di turno, ci lasciavamo somministrare da Paolo Bonolis la razione quotidiana di Walt Disney.
Lo sai che non guardo la televisione, dicevo. Però la guarda la moglie, sicché ogni tanto mi tocca sentirla [la televisione]. Ebbene, l'altra sera il medesimo Paolo Bonolis somministrava la razione quotidiana di Tinto Brass, presentato quale «maestro dell'erotismo».

Vedi, non è che uno voglia fare il bacchettone. È solo che questo continuo solleticare gli istinti distrugge ogni capacità di autocontrollo, ogni possibilità di disciplina, ogni senso del dovere. Se poi ci si mette anche il sedicente «legislatore», a legalizzare il calabraghe, l'adulterio, il divorzio, l'aborto e, in una parola, il lasciarsi andare, in quale fogna si va a finire?
Eppure, poiché le vie del Signore sono infinite (e lo dice anche mastro Guénon, quando parla della divina Possibilità), visto che si parla di Tinto Brass, perfino da una fogna si può riemergere. Alludo a Claudia Koll, alla quale il buon Zvanìn ha dedicato un omaggio (cfr. ©).

Pace a te.
Asno


P.S. A proposito di impiego statale m'è venuto in mente il tuo stupore, nell'apprendere che insegnavo filosofia ("hai combattuto in trincea, insomma, altro che ufficiale di fureria"). È proprio per la scomparsa di "ogni capacità di autocontrollo, ogni possibilità di disciplina, ogni senso del dovere", infatti, che ho dovuto smettere. Ma mi consolo pensandomi non fatto per l'insegnamento: "se entri in classe - dice la mia consorte - dopo l'esibizione d'una scimmia ammestrata, gli alunni pensano che sia il bis". Aggiungivi che, ancora secondo la mia metà, allo zoo mi servono due biglietti: uno per entrare e l'altro per uscire. Concludi pensando che - sempre a parere della mia signora - non è giusto pretendere ch'io mi comporti da uomo, non essendo un imitatore, e capirai perché il mio pseudonimo favorito è Renato Scimmia
21/01/2008

Caro Gammal,
troppa carne al fuoco. Chi era, Tertulliano, a dire "caro salutis cardo"? Non è ch'io sia vegetariano, tuttavia la carne m'insospettisce sempre. Sono ghiotto di maiale, è vero, a mia vergogna e per tuo scandalo, ma cum grano salis. Del resto, se salame e prosciutto non sono un po' salati, che te magni?
Ricordami di parlare un po' del sale, in futuro. Non riesco a dimenticare quel tuo equivoco giovanile, grazie al quale nobilitavi il banalissimo alessandrino carducciano "la nebbia, a gl'irti colli, piovigginando sale, urla e biancheggia", interpretando sale come complemento oggetto, anziché come terza singolare del presente indicativo di salire (e facendo urlare e biancheggiare la nebbia). Effettivamente, il sale sale. Vuoi perché fa esalare [l'ultimo respiro], vuoi perché esalta [di sapore sapido e salace], vuoi perché alza [la pressione sanguigna]; in questi ultimi due casi, basta pensare all'inglese salt ed al greco als. Nel primo caso, invece, occorre pensare ad un'anima che evade dalla galera di un corpo, secondo i gusti, corroso dalla salsedine o macerato in salamoia.
Salam, come dici tu.
Venendo ai tuoi consigli bibliografici, rinviamo ogni commento relativo all'eccellente Borrmans. Stavolta voglio solo dir qualcosa di Samir, che, nell'articolo da te citato (cfr. ©), definisce "improbabile" il dialogo tra cristiani e musulmani. Il motivo? Intanto, a suo dire, l'esclusione dell'«estrinseco» sociale, comportamentale e giuridico, dall'auspicato dialogo inter-religioso (ovvero "i diritti umani" sistematicamente calpestati dalla sharia).
Al riguardo a me pare che, da buon gesuita,* Samir ciurli nel manico, sia perché, fino a qualche secolo fa, il diritto canonico nostrano non era davvero più liberale di quello della sharia e sia perché il diritto talmudico vigente in quell'Israele odierna con la quale amoreggiano in tanti, da Ferrara a Kasper e da Melloni a Martini, è ben più oscurantista.

* Sui gesuiti in genere, dal primo all'ultimo basco (e col conforto dell'illuminato parere del sedici [e mai troppe] volte Benedetto), ti invito alla lettura di due recenti post di wXre (cfr. © e ©).

In particolare, riferendosi alla «lettera del 138», Samir vi lamenta 1) il mancato accenno "ai problemi della comunità internazionale verso la comunità musulmana", 2) l'ambiguità tra l'Islam che "mescola il teologico con il politico e perfino con il militare" e l'Islam di quanti "pretendono di parlare solo del teologico" e 3), in quest'ultimo ambito, l'appello nel quale "i dotti islamici citano il Corano, quando dice «veniamo ad una cosa comune tra noi», [cosa] che richiede di non mettere nulla vicino a Dio", laddove proprio i cristiani, "vicino a Dio, mettono Gesù Cristo".
A me sembrano un po' capziose, 'ste osservazioni. Tornando al paragone col giudaismo, l'atteggiamento di Samir è quello di chi adotta due pesi e due misure. Mi spiego. Circa i tre punti precedenti, vorrei obiettare che: 1) la comunità sionista è l'unica al mondo a non aver mai rispettato le cosiddette «risoluzioni» dell'ONU; 2) la mescolanza del "teologico con il politico e perfino con il militare" è proprio quella che caratterizza la cosiddetta «unica democrazia medio-orientale», ovvero uno stato rabbinico [e razzista]; 3) le questioni dogmatiche, delle quali parleremo - se Dio vuole - in una prossima lettera, rappresentano il vero punctum dolens. Ma non è leale addebitare ai musulmani il mancato riconoscimento della divinità di Gesù (e, se è per questo, anche della Vergine), stante l'ammirazione in cui tengono Isa (e, se è per questo, anche la Vergine), quando è noto che l'ebreo considera il Messia dei cristiani e dei musulmani null'altro che il figlio di una prostituta.
Ciò nonostante, il dialogo tra giudaismo e cristianesimo non trova alcun ostacolo. C'è addirittura chi farnetica di radici giudeo-cristiane dell'Europa. Due pesi e due misure. E sorvolo la sottigliezza, ancora di Samir, circa il «prossimo» evangelico ed il «vicino» (jâr, in arabo) dei 138.
E taccio anche dell'irrispettosa sesta nota del suo articolo (nella quale afferma che i dotti in questione "non si sono accorti che i punti citati dal papa sono 4 e non 3). Ne taccio perché, secondo me, è più che legittimo parlar di "'conoscenza obiettiva della religione dell'altro' [ottenuta] attraverso 'la condivisione dell'esperienza religiosa'". Conoscere significa amare ed amare significa conoscere. Detto altrimenti, si può odiare solo ciò che non si conosce (non a caso il conoscere biblico equivalendo ad amare).

Infine vien da chiedergli che cosa ne pensa, il gesuita, di un dialogo scaturito da un discorso (quello di Ratisbona) prematuramente bocciato, a fronte di un discorso addirittura abortito (quello della Sapienza), che ha sancito l'assenza di dialogo tra la cosiddetta «scienza» e la Chiesa. E pensare che Samir chiude il suo pistolotto con la frase "Non si può dire quindi che questa lettera abbia mosso il mondo islamico". Torniamo a Ratisbona. Di questo discorso voglio citarti il passo seguente.
Agostino, nel porre una correlazione tra le Beatitudini del Discorso della Montagna e i doni dello Spirito menzionati in Isaia 11, ha affermato una reciprocità tra "scientia" e "tristitia": il semplice sapere, dice, rende tristi. E, di fatto, chi vede e apprende soltanto tutto ciò che avviene nel mondo, finisce per diventare triste. Ma verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene.
In questo quadro, non dev'essere casuale l'assonanza fra «triste» e «tristo».

La Pace sia con te.
Asno


P.S. Come ti dicevo, riparleremo, se Dio vuole, delle questioni dogmatiche (a rigor di termini, propriamente sovrarazionali), perché solo su quelle cristiani e musulmani - a mio povero parere - divergono. Sulle questioni razionali l'intesa può esser ampia, se è vero quanto dice ancora Samir nella sua conclusione. "Bisogna affermare che l’uomo è anteriore alla religione: rispettare l’uomo viene prima del rispetto della religione. É questo l’approccio cristiano. [...] Insomma, il fondamento di tutto non è la religione, ma la ragione umana che è ciò che è comune a tutti gli esseri umani". A me pare vagamente blasfemo, ma temo di non avere alcun diritto di dirlo.
Né ho il diritto di giudicare un po' comica l'allusione finale al sacrificio di Isacco, con la quale Samir giustifica la preminenza delle opere sulla fede (in un contesto pieno di «diritti umani», «non violenza» e «rispetto della vita»). Te l'immagini un telefono azzurro veterotestamentario?
18/01/2008

Caro Asno,
so che non contiamo nulla, ma ancor meglio so che nulla vogliamo contare; questo forse è il miglior presupposto per fa sì che, finalmente, due come noi, un cristiano e un musulmano, si dialoghi in tutta franchezza.
Più che una difesa apologetica delle nostre rispettive religioni e un confronto fra esse, in questo dialogo che sta nascendo quel che credo vada cercato è smascherare gli errori dei "professionisti" di qualsiasi natura (religiosa, politica, culturale, etc.) che pretendono di avere l'ultima parola, e vera, per giunta, e autorevole (per nostra disgrazia ancora aggiunta), su tale tema.
Dunque non per mania di investigazione, ma per scongiurare il pericolo che finte autorità si sostituiscano a quelle vere.

Credo che potremmo rifarci a due figure molto popolari, direi quasi due giullari, presenti nella nostra tradizione; se ricordi l'articolo di Guénon riguardante il folklore (cfr. ©), credo ne converrai.
Alludo a Bertoldo e Giufà (o Hufà) che, molte volte, benchè popolani ignoranti, seppero con le loro arguzie vincere la supponenza e l'arroganza dei potenti.

E allora ti passo un po' di ciccia da mettere al fuoco, un po' di materiale da osservare: dicevi giustamente che ci sarebbe stato da ridere, nel caso in cui il paradigma "fratello maggiore" si fosse a caduta dovuto applicare anche fra islamismo e cristianesimo.
Ecco un capolavoro in tal senso: Gesù nella prospettiva del Corano: l’Islam di Maometto ed i musulmani del XX secolo dinanzi al Cristo, di M. Borrmans (cfr. ©), docente - scusami se lo sai già - presso l'IPSAI (Istituto Pontificio di Studi Arabo-Islamici)
E, già che siamo sulla via dei capolavori, ecco un pezzo (cfr. ©) che vorrei sottoporti all'attenzione: L’improbabile dialogo di Benedetto XVI con i 138 saggi musulmani, di S.K. Samir (gesuita egiziano, docente - scusami come sopra - di storia della cultura araba e di islamologia all'università st. Joseph di Beirut).
Forse i 138 dotti musulmani (dotti, non "saggi", almeno questo vada riconosciuto, per piacere) che si son permessi di scrivere al Papa non cercano a loro modo un dialogo? E il Papa (e altri cristiani), rispondendo loro, non fan lo stesso?
Ora, andiamo ai contenuti di quelle lettere, perché è proprio su quelli che ci sarebbe da discutere.

Per contro, è possibile che un Ferrara o un Panella possano dire la loro senza esser disturbati e noi no? Siamo davvero all'ultimo stadio, allora; ci mancherebbe solo, alla commedia, un Adel Smith in polemica con loro due e il gioco sarebbe fatto!
Te lo saresti mai immaginato, un Ferrara che risponde a un Panella, l'ex "combattente" di Lotta Continua ora al soldo di chissachì, nei termini seguenti (cfr. ©)? "Una parola di più, un bicchierino di più, e ti decapito: tanto non conosci la formula di fede con cui convertirti all’islam in lingua originale all’ultimo istante, per evitare il colpo di scimitarra. Io sì".

Non vorrei ci impantanassimo con citazioni a gogò; non si tratta di fare un lavoro accademico, ma solo di ridere (senza deridere, beninteso) su questi errori, tenendo però ben presente che sono sintomatici e rappresentativi perchè non commessi da pincopalla qualsiasi.
Non riporto ancora link di autori musulmani, che in quanto a mancanze non sono certo immuni; ho preferito per clemenza lasciarli ad un secondo tempo, nell'attesa di una tua risposta.

Perciò: di che errori si tratta?
Tocca aver pazienza e prendere in mano i testi e sviscerarli poco alla volta.
Tu ne hai già beccato uno su cui ridere: il concetto di fratello minore (che spesso mi sembra nascondere una sottile minorità ulteriore: il concetto di minorato).*
Ho semplicemente portato la testimonianza di questo. Bisogna smentire questo errore, come a battaglia navale, C3, colpito.
E non per via di una personale volontà di rivalsa, solo per amore della verità, poichè il danno che si può produrre da tali presupposti è notevole. Fosse il famoso curato di campagna, a scrivere, nulla sarebbe.

Bene, un po' di cose son state fatte.
So che è una pizza, leggersi 'sti articoli; ma ci sono ragioni che via via spiegherò, se avrai la pazienza di seguire i miei lunghi discorsi.
Mi scuso, ma di meglio non so fare; potrei lasciar perdere, questo sì. Servirebbe a poco. Ci sarebbero altri allora a fare la stessa cosa; tanto vale che, fra una risata e un link, lo si faccia noi in buona armonia.

* Nel Medioevo una possibile, giusta se vogliamo, applicazione della Legge prevedeva che solo il figlio primogenito, il maggiore, ereditasse. Serviva, come ben si sa, a non disperdere il patrimonio del casato. Secondo la Toràh al primogenito spetta la doppia parte dell'eredità del padre, rispetto agli altri figli. Il Sacro Corano ha sancito che non esiste diritto maggiore derivante dalla primogenitura, i fratelli son fratelli e basta, contano allo stesso modo e possiedono gli stessi diritti. Nel corso della cosiddetta storia abbiamo visto come il diritto positivo occidentale abbia finito per riconoscere lo stesso principio. Bisogna sgomberare perciò il campo da questo possibile equivoco, dalla pietra d'inciampo dovuta alla presunta esistenza della "fratellanza minore". Che legalmente (ed anche legittimamente, a questo punto) non esiste; neppure fra cristiani e musulmani, oltre che in tutti gli altri casi possibili. Aver acquisito agli atti questo concetto mi parrebbe già un buon risultato iniziale, che ne dici?

Ma'a as salama.
Gammal