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Non contraddire chi può dispiacersene.
Se è possibile, elogia; se no, taci.
Pensa sottratte a Lui le lodi rivolte a te.

chestertonate

Il dogmatismo unisce, come una frontiera collega. Quanti magnanimi musulmani e quanti nobili cristiani sono stati più vicini gli uni agli altri, nel loro rispettivo dogmatismo, di tanti agnostici senza un credo, senza una dottrina e, in una parola, senza una casa? Un dogma è come l'ancora per una barca e come il picchetto per una tenda; il contrario di una dogma è un vago ideale, una barca alla deriva, una tenda in balìa del vento. Che un pollo possa esser mangiato e che un uomo no, è un dogma. Che tutto possa esser mangiato (almeno finché il senno di poi non ne prova la tossicità) è il contrario di un dogma. Torneremo a cibarci di carne umana, in assenza del dogma che lo vieta? È probabile, anche perché la carne umana, purtroppo, non è tossica.

Chi comincia col combattere la fede, in nome della liberta della ragione, finirà col combattere la libertà, in nome della fede nella ragione.

La grande marcia della falsificazione proseguirà. Tutto sarà negato. Sarà una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle. Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che in estate le foglie sono verdi. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l'erba e i cieli, dichiarati impossibili dall'ateo, con il coraggio del devoto. Saremo tra quanti hanno creduto, pur avendo visto.

Se l'anarchico fosse coerente, dovrebbe apprezzare il disordine anche al suo interno, anziché pretendere, dentro di lui, un rispetto così ferreo della gerarchia da giustificare il ricorso, in caso di disordine, all'olio di ricino.

memorandum

Magnopere curandum est id ut teneatur quod ubique, quod semper et quod ab omnibus creditum est (cfr. ©).

Nam res ipsa, quae nunc christiana religio nuncupatur, erat et apud antiquos nec defuit ab initio generis humani, quo usque ipse Christus veniret in carne, unde vera religio, quae iam erat, coepit appellari christiana. (cfr. ©).
23/06/2008

Caro Gammal,
oggi resto in silenzio.



Temo che, parlando, si possa finire ignominiosamente (cfr. ©).
La Pace sia con te.
Asno
03/06/2008

Caro Asno,
l'aspetto peculiare della nobiltà, vuoi d'animo, vuoi di sangue o vuoi di tutt'e due ('ché, secondo me, coincidono) è l'accettazione del proprio status. Se lava i piatti, il lavapiatti nobile non sogna un livello più alto. Per la verità, neppure un lavello più alto. Tanto Lui basta e avanza, se vuol far di te un re Artù.
Invece il pezzente, il parvenu, insomma il sine nobilitate (ossia lo snob) è colui che, impettito come un tacchino, reclama «i suoi diritti».
Sai quelli che "Lei non sa chi sono io"?
A me già quel «sono» urta i nervi.
L'uso del verbo «essere» spetta solo all'Essere. Io sono Colui che è (Esodo, III, 13; sempre mal tradotto in "Io sono Colui che sono"), ovvero Io sono l'Essere. Ad ogni creatura compete invece il verbo esistere, cioè ex stare (o ex sistere), quindi dipendere. Stare, trovarsi, oggi qui, domani chissà.
Questa è la nostra nobiltà di creature, quella d'essere solo perché Lui è. Il nostro è un esistere che vicaria il Suo essere.
Ciò, a non parlare del verbo «avere».
Per esempio all'arabo, lingua tuttora sacra, difettano i verbi ausiliari, non ancora subentrati, con la pesantezza del rigor mortis, alla levità dei verbi indicanti uno stato più o meno duraturo, ma mai definitivo.
Così asbaha e ad-hâ (trovarsi, "all’alba", in una situazione), amsâ (idem, "alla sera"), dhalla ("restare" in una circostanza, "continuare" a trovarvisi) e sâra ("diventare", "farsi", passare ad una diversa condizione), mâ zâla e mâ dâma ("non interrompere" una modalità transitoria) e laysa ("smettere" di stare in un determinato stato).
Anche in latino, lo sai, si preferiva «stare» ad «essere» (appartenendo l’essere al divino e, all’umano, lo stare, l’esistere, l’ex-stare) e, in greco, non si diceva «ho cura di qualcosa», ma «a me [è] cura», mihi cura [est] (mèlei moi tinòs). Circa l’avere, ancora in arabo, ladâ e ’inda esprimono l’idea di qualcosa che si trovi, anziché in mio possesso, «accanto» a me, finché Dio vuole.
Tornando al verbo «essere», è il Verbo, insomma.
E dovrebbe limitarsi al presente indicativo, perché chi dice «ero», «sarò», «fossi» o «sarei», solo con ciò, confessa di non essere.
Verbo inconiugabile per eccellenza, l’essere, non ammettendo che la persona singolare, il tempo eterno ed il modo infinito compete solo all’Essere. Che a noi invece si confaccia lo «stare» (com’era la norma, quando non stavamo ubriachi, cuando estuvimos sobrios) lo prova l’assenza del participio passato, assente perché indicibile. Hai mai sentito dire "suto"?
E quel mentecatto che vaneggiava il suo «cogito ergo sum»? È proprio vero, più ci hai le pezze al culo, più ci hai la puzza al naso.

Bi salama.
Gammal
24/04/2008

Caro Gammal,
che fine hai fatto? Mi sa che, tra un orto pedemontano e un giardino magrebino, mi sono giocato lu cumpare mie. Meno male che c'è Jam, a fare le tue veci. Purtroppo è distratta quanto te, perché non m'ha ancora risposto: come si dice "ragione", in arabo? Tafkir?
A proposito di solleciti, anche tu sei in arretrato. Mi devi una risposta alle domande finali del post del 6 (cfr. ©) e del 21 (cfr. ©) febbraio scorso. Qualora voglia rispondere anche Jam, è la benvenuta.

Ho letto la tua di ieri. Grazie per aver citato quei passi di E. Galoppini, che inquadrano il viaggio pontificio in una luce nuova. Ci si era già soffermato l'illustrissimo duca (cfr. ©), su quei risvolti impliciti. Ed anche il buon Andrea (cfr. ©) aveva evidenziato "un'assenza apparecchiata per cena". Vedi fin dove può arrivare il potere finanziario? O ti incastra con la Lewinsky di turno (e poi ti ricatta) o ti punta addosso un Agca, un Oswald e simili. Il sedici [e più] volte Benedetto non teme per sé, questo è sicuro, ma per la Chiesa tutta.
Torniamo a noi. Ottimo, quel post di Miguel. Quando uno si libera delle pastoie etiche, si sfrena cioè dal freno inibitore della religione avita, tira fuori il peggio di sé. Un peggio di sé che, per giunta, non ha alcunché di personale: più si cala verso il basso, più ci si avvicina alla materia indifferenziata. In questo senso, Miguel ha perfettamente ragione: più si è liberi, più si è schiavi.
Alla libertà vera, ovvero alla liberazione, non si arriva lasciandosi andare, bensì stringendo i freni. Del resto, se è vero che il corpo è la prigione dell'anima, solo imprigionando il corpo si può sprigionare l'anima.
A ben vedere, questo è il noblesse oblige ("obbligo della nobiltà" e "nobiltà dell'obbligo"). Il nobile è colui il quale è gravato dal maggior numero di catene possibile: catene che lo vincolano verso l'alto al suo superiore (Padre, Maestro, Signore, Re, Papa e - last but not least - Dio) e catene che lo vincolano, verso il basso, a coloro che da lui dipendono, dai figli alla moglie, dai subalterni agli allievi, dai poveri ai deboli e così via. Catene, links da rispettare.


Col che, torniamo ai blog. Grazie ancora a Petrus, che ci ha ricordato come il noblesse oblige non sia altro, in fondo, che rispetto nei propri stessi riguardi. Chi si incatena da sé, quegli si libera. Chi si libera e si scatena, quegli s'incattivisce.

La pace sia con te, nobiluomo.
Asno
18/02/2008

Caro Asno,
oggi voglio parlare di noblesse oblige, nel senso medioevale di "onere dell'onore" e di "onore dell'onere".
Siamo nell'827. L’intera Ifriqiya (cioè l'Africa del Nord) ha ormai il volto musulmano, ed è governata da emiri locali, delegati in pratica a governare quasi autonomamente, come in Spagna. Adesso tocca alla Sicilia.
Lo sbarco avviene a Mazara del Vallo. Al comando della spedizione è Assad Ibn al-Firat, che punta su Siracusa, la capitale, la quale resiste. Cade Gergenti (Agrigento) e, dopo un anno di lotta, si arrende Palermo, futura capitale. È l'831. Successive sono la resa di Messina, Modica e Ragusa; passano dieci anni prima che si arrenda Castrogiovanni, venti prima che si arrenda Siracusa.
Ma sono soggette a scorrerie saracene anche la Sardegna e la Corsica, oltre alla Calabria, alla Campania ed al Molise. Nel 935 troviamo i musulmani in Liguria, a Genova. Li vediamo risalire anche l'Adriatico verso Ancona, spingendosi fino a Cherso.
E la Puglia? Nelle cronache del tempo si parla di saraceni a Brindisi ed a Taranto, ma vanno menzionati e considerati durevoli soprattutto i due emirati di Taranto e di Bari (rispettivamente dall'840 all'880 e dall'847 all'871).
Il primo emiro barese, al-Khal Fun, promulga un editto destinato a diventare un riferimento per i secoli futuri: "Nel nome di Dio, clemente e misericordioso. Questa è sicurtà concessa dal servo di Dio, Omar, principe dei credenti, agli abitanti di Aclia. A tutti senza distinzioni, o malati o sani, egli garantisce la sicurtà per loro stessi, per i loro beni, per le loro chiese, per i loro crocefissi e per tutto ciò che riguarda il loro culto [...] Non saranno maltrattati, né danneggiati, a causa della loro fede".

Le crociate erano di là da venire, è vero. Ma la nobiltà, da parte di entrambi i contendenti, non cambiò affatto. Un esempio tra i tanti è quello di Philippe de Villiers de l’Isle-Adam (sul quale, cfr. ©), alla notizia della cui morte Solimano il Magnifico fece affiggere in tutte le moschee dell'impero il seguente proclama: "Credenti, imparate da un infedele a compiere il vostro dovere fino ad essere ammirati e lodati dai vostri stessi nemici".
Ma'a as salama.
Gammal
07/02/2008

Caro Asno,
nel tuo ultimo post hai fatto una breve rassegna dei papi più recenti. Dopo il filomassone e il filogiudaico (parole tue) dici che la Chiesa torna all'antico?
Speriamo.
Il dialogo tra le nostre due religioni non è mai stato così vivo come quando la Chiesa era intransigente e reazionaria. Nonostante ogni eccesso (mai paragonabile a quelli di oggi), allora vigeva il vero noblesse oblige tra crociati e giannizzeri.
Speriamo che questo sia davvero il papa del giro di boa.
Qualche segnale c'è, a cominciare dalla timida restaurazione della vecchia liturgia. Staremo a vedere. Può darsi che abbia ragione D. Savino, visto che hai citato FDF, quando dice a F. Damiani (cfr. ©) che una cura più drastica avrebbe ucciso il malato. Comunque sia, Ratzinger ha cominciato bene. Ho letto il famoso discorso di Ratisbona (che, guarda caso, prende le mosse proprio dal dialogo tra un cristiano e un musulmano) e devo dire che, molto cavallerescamente, ammette subito la scarsa obiettività dell'imperatore.
"Fu poi presumibilmente - dice il papa - l'imperatore stesso ad annotare, durante l'assedio di Costantinopoli tra il 1394 e il 1402, questo dialogo; si spiega così perché i suoi ragionamenti siano riportati in modo molto più dettagliato che non quelli del suo interlocutore persiano".
Mi auguro di poter dire altrettanto della risposta ai 138, nella quale il sedici volte - come dici tu - Benedetto sostiene che è l'illuminismo a dividere Chiesa e Islam (cfr. ©). Vedi, la frase è un po' ambigua, perché l'interpretazione più ovvia sarebbe quella di contrapporre una Chiesa che ha accolto i "valori" illuministici ad un Islam retrivo e in fondo medioevale. Interpretazione ovvia, ma superficiale. Anzi, sbagliata. È stato proprio l'illuminismo ad avvelenare il cristianesimo (già intossicato dal rinascimento e debilitato dal protestantesimo, è vero, ma non ancora ridotto in fin di vita dai nazionalismi ottocenteschi).
Se le cose stessero così, la frase del papa potrebbe sottintendere che la differenza tra la Chiesa e l'Islam, essendo l'illuminismo una malattia, è la stessa differenza che passa tra un malato e un sano.
Ma è difficile che le cose stiano così, nonostante la finezza diplomatica del Vaticano. Però sia fatta la Sua volontà. Iddio (che in lingua araba si traduce esattamente con Allah, perché al è l'articolo: id-Dio = al-Lah) ne sa di più.

A proposito di illuminismo, voglio chiudere scherzando con l'illuminazione (che, come tante cose del progresso, giova alle donne e nuoce agli uomini).
L'ENEL dovrebbe dare una medaglia honoris causa a ogni singola donna, se volesse esser giusta. Fosse per gli uomini, specie quando aumenta troppo il costo delle bollette, sai come fioccherebbero le richieste di disdetta? Basta che un vicino sia allacciato e via con selve di prese volanti (di tanto in tanto, solo quando serve). Grandi stufe a legna, poche docce (che fan male, specie d'inverno), restaurazione del baratto (tu mi dai la corrente oggi e io domani ti porto i cavoli), etc, etc. Un mondo migliore.

Ma'a as salama.
Gammal