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Non contraddire chi può dispiacersene.
Se è possibile, elogia; se no, taci.
Pensa sottratte a Lui le lodi rivolte a te.

chestertonate

Il dogmatismo unisce, come una frontiera collega. Quanti magnanimi musulmani e quanti nobili cristiani sono stati più vicini gli uni agli altri, nel loro rispettivo dogmatismo, di tanti agnostici senza un credo, senza una dottrina e, in una parola, senza una casa? Un dogma è come l'ancora per una barca e come il picchetto per una tenda; il contrario di una dogma è un vago ideale, una barca alla deriva, una tenda in balìa del vento. Che un pollo possa esser mangiato e che un uomo no, è un dogma. Che tutto possa esser mangiato (almeno finché il senno di poi non ne prova la tossicità) è il contrario di un dogma. Torneremo a cibarci di carne umana, in assenza del dogma che lo vieta? È probabile, anche perché la carne umana, purtroppo, non è tossica.

Chi comincia col combattere la fede, in nome della liberta della ragione, finirà col combattere la libertà, in nome della fede nella ragione.

La grande marcia della falsificazione proseguirà. Tutto sarà negato. Sarà una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle. Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che in estate le foglie sono verdi. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l'erba e i cieli, dichiarati impossibili dall'ateo, con il coraggio del devoto. Saremo tra quanti hanno creduto, pur avendo visto.

Se l'anarchico fosse coerente, dovrebbe apprezzare il disordine anche al suo interno, anziché pretendere, dentro di lui, un rispetto così ferreo della gerarchia da giustificare il ricorso, in caso di disordine, all'olio di ricino.

memorandum

Magnopere curandum est id ut teneatur quod ubique, quod semper et quod ab omnibus creditum est (cfr. ©).

Nam res ipsa, quae nunc christiana religio nuncupatur, erat et apud antiquos nec defuit ab initio generis humani, quo usque ipse Christus veniret in carne, unde vera religio, quae iam erat, coepit appellari christiana (cfr. ©).
21/01/2009

Caro Asno e cari amici,
dato che non sono io a operare come gestore del blog, perchè mi mancano sia le capacità tecniche che la voglia, ti chiedo in quanto Asno, alias Gammal e non Umargamal (poiché siamo due persone diverse - detto per fugare ogni sospetto - e Umargamal è Umar al 100%, laddove Gammal lo è al 50 e Asno sì e no al 5, sempre percento) di trasformare questo commento in un post, se ho capito bene il nome che si deve dare ad un capo-messaggio.
Già è successo altre volte e ti ringrazio per la dedizione e pazienza che ci hai sempre messo, per render vivo e comprensibile questo blog. Secondo me bisognerebbe trovare degli altri nomi per rimpiazzare e tradurre questi post, blog, reset, stand by, on, off, upgrade, etc.; istigano all'odio. Almeno a quello che il mio animo produce quando, sentendoli, non capisce che hazz vogliano dire o, se lo capisce, si domanda se siano davvero intraducibili.
Questa premessa per introdurre il tema della traduzione.
Tradurre, tradere, tradizione, tradimento, traditore, traduttore.
L'immancancabile inglese: trading, to trade.
Vabbè, veniamo al sodo: Corano in lingua, è polemica. Sì da Lega e Pdl, islamici divisi (cfr. ©).
A parte la solita fottuta impostazione nascosta nel titolo, che sottintende una furbizia subliminale tesa a screditare quello che viene percepito come nemico, anche se ufficialmente non sarà mai ammesso (a parte qualche Borghezio et similia), vorrei una volta per tutte chiarire alcuni aspetti a beneficio di chi ha a cuore o è interessato a qualsiasi titolo alla causa islamica. Al problema islamico. Al popolo islamico, alla religione, e così via.
Fini-kippà (passato a parte, 'ché a noi non deve riguardare in quanto ognuno deve esser libero di pensarla come meglio crede), ha fatto una considerazione.
Restiamo a quella per ora.
Non credo intendesse dire altro: il sermone del venerdì e i passi di Corano in esso contenuti andrebbero tradotti, per quanto umanamente possibile.
Credo sia legittimo tale auspicio.
Non credo intendesse dire che i Riti vadano stravolti.
Un semplice paragone, visto che una religione in Italia, grazie a Dio, c'è ancora e c'è ancora qualcuno che la rispetta (e la conosce anche): Fini chiede che la predica del prete avvenga in italiano, non che l'ostia sia sostituita dal gelato.
Chiede di poter sapere cosa dica un prete o un rabbino o un imam o un reverendo o una qualsiasi autorità nel momento in cui parla ai fedeli di quella religione in occasioni pubbliche e rituali.


Piccola parentesi. Che si voglia cominciare proprio da quanto dicono i musulmani è comprensibile: dopo gli attacchi subiti dall'Occidente ad opera dell'Iraq, dell'Afghanistan, della Palestina, dell'Iran, della Somalia, del Sudan, dell'Algeria, attacchi che hanno causato la morte di centinaia di migliaia di inermi cittadini occidentali, anzi di milioni, c'è tutta la logica necessità.
Dopo tutte queste invasioni e questi bombardamenti è lecito che gli imam, veri mandanti di tali crimini, siano controllati.
Ora basta scherzare, fine parentesi.
Sarei d'accordo a tradurre le khutba (si chiamano così i sermoni) per una semplice ragione. Servirebbe a far comprendere meglio l'Islam a chi dovrebbe già averlo fatto (e invece annaspa in mare aperto, cercando di addossare la colpa di tale condizione non alla sua cattiva volontà o incapacità, ma alla "divisione" dei musulmani).
Tecnicamente la cosa potrebbe avvenire così: si censiscono le moschee e si registrano gli imam che ogni moschea indica. Ogni moschea entro il giovedì deve presentare on line (o venga un addetto a ritirarla) copia del sermone nella lingua che l'uditorio comprende, il venerdì la registrazione dal vivo (live) servirà da conferma.
Un professionista super partes, nominato da un comitato di garanti, fornirà entro la settimana copia della traduzione all'autorità competente la quale provvederà ad archiviare la pratica, in caso non siano accertati reati o apologie di reato.
Spesso gli imam parlano in modo corretto solo l'arabo o l'urdu, il wolof o il siculo: perchè costringerli a parlare italiano quando non lo sanno?
Giusto pretendere che il contenuto sia tradotto, questo sì, per evidenziare eventuali reati. Genererebbe addirittura dei posti di lavoro.
Il comitato dei garanti ovvviamente non dovrebbe esser scelto fra illustri nullità, in merito a conoscenza della religione (ancorchè ben piazzati politicamente), bensì fra specialisti e accademici di chiara fama.
A questo punto il gioco è fatto: un giornalino ad uso di noi musulmani sarà un bel dono ai posteri e alle biblioteche, un effetto collaterale positivo generato da tale opera.
Non so il numero, ma immagino che le moschee (anzi le sale di preghiera) in Italia siano diverse centinaia. Pensate che bello: ogni sermone, anche solo di una pagina, darebbe luogo ad un libro ogni settimana. Anzi le autorità competenti, per non far subire le spese di pubblicazione, potrebbero semplicemente richiedere di caricarli, i sermoni, on line.
O potrebbero addirittura imputare il costo del personale e di ogni altra spesa relativa a tale opera alla comunità islamica stessa. Certo, detraendolo, tale importo, alla fonte.
Fonte di che? Di ciò che verrà generato dall'otto per mille, dopo che finalmente sarà fatto 'sto benedetto accordo/concordato/come-si-chiama-non-so-ma-basta-che-ci-sia fra Stato italiano e Comunità islamica ivi residente.
A tal proposito, per chiarire come si faccia parte di una comunità e come essa esprima i suoi rappresentanti, prendiamo l'esempio delle primarie dei partiti.
Prodi o Bertinotti? Bene, si vota.
Iman X o Imam Y.
Come fanno i cattolici o gli ebrei o i valdesi a trattare con le istituzioni?
Manderanno un numero concordato di persone che esse stesse indicheranno come titolate a trattare pro-domo loro. In Italia, non esistendo le condizioni per cui un imam sia "professionista", l'unica maniera è che sia legittimato da un voto: iman X 3 voti, imam Y 7, passa l'imam Y.
Se poi l'imam Y fosse pazzo o incitasse al temuto odio allora, vista la prassi, sarebbe facile per le autorità stesse incriminarlo, in ragione di prove evidenti e documentate dalle registrazioni.
Questo monitoraggio sarebbe inoltre utile perchè potrebbe esser in futuro esteso, per par condicio, a tutte le altre religioni. Per non parlare delle logge massoniche la cui ragion d'essere ha profonde radici in campo morale, sociale, finanziario e geo-politico.
Ma riguardo tutto ciò noi musulmani non pretendiamo nulla: non è la lingua che previene l'odio, anche in italiano si può istigare alla violenza e peggio ancora.
Le leggi razziali erano scritte in italiano, non in arabo.
Il problema qui è sapere cosa dicono gli imam ai musulmani e noi ci dobbiamo adattare a tale richiesta, che è legittima, ripeto.
Senza preoccuparci di come lo Stato si comporta con le altre comunità.
Per facilitare questa esigenza mi pare che la proposta di redarre in anticipo il sermone sia cosa facile, quasi tutti gli imam li ho sempre visti leggere le loro khutba. Basta solo che presentino lo scritto il giorno prima e la registrazione dell'audio il giorno stesso e siamo a posto. È una cosa facile, per chi vuole il facile.
Chi cerca il difficile non sarà soddisfatto, mai, questo è quel che temo.
Fra i benefici, in ultimo, va detto che si instaurerebbe un rapporto molto stretto fra le isitituzioni e la comunità stessa, cosa che servirebbe a distendere gli animi e a render normale ciò che normale a tutti gli effetti è: cioè che una religione abbia il diritto di esser praticata secondo le sue regole e non secondo le regole di chi non la pratica. Altrimenti tocca proibirla, cosa che teoricamente sarebbe legittima, per uno Stato sovrano, basterebbe una legge ad hoc e via.

Ma'as salama, cari saluti.
Umargamal
12/01/2009

Caro Asno,
che il modernismo (passiamoci il termine, sapendo che esso sottintende l'anti-tradizione, cioè dottrine filosofico-scientifico-socio-politico-economiche che deliberatamente negano il subordine dell'uomo a Dio e/o alle Sue forme tradizionali e religiose) sia satanico - come prospetti nel tuo ultimo commento, per l'esattezza il ventesimo, al post del 22 dicembre scorso (cfr. ©) - è cosa, da quanto m'è dato vedere, totalmente sconosciuta.
Totalmente sconosciuta non solo ai giornalisti, ma a quasi tutti i loro lettori. Vorrei chiederti una cosa: quando parli di fondamentalismo islamico intendi quello che il giornalismo o la politica o la sociologia definiscono come tale? Non voglio entrare nei dettagli perchè sarebbe lungo e occorrerebbe rimandare a centinaia di testi scritti sul tema, ma in due parole vorrei segnalare che spesso il cosiddetto fondamentalismo annovera tra le sue fila dei modernisti, gente che vede la scienza, la dottrina politica laica (democratica o socialista) e il "progresso" tecnologico come un bene quasi assoluto, né più né meno dei loro omologhi occidentali. Già nel secolo scorso Guénon metteva in guardia contro il pericolo del nazionalismo e del fondamentalismo, frutto cioè di interpretazioni che pochissimo avevano di natura tradizionale e quel poco solo di facciata, quasi fosse una parodia. Lasciamo stare il mercantilismo, il sionismo, il comunismo, il vecchio e il nuovo imperialismo coloniale guerrafondaio: il fatto che essi svolgano un ruolo profondamente anti-tradizionale anche un bambino con soli tre anni di sano catechismo alle spalle potrebbe (e dovrebbe) accorgersene.
Preciso questo perché molte volte è successo, a chi intendeva nel mondo islamico seguire una via tradizionale (anche solo dal punto di vista formale ed essoterico), di trovarsi contro i fondamentalisti che, a causa della loro tendenza a voler liberamente interpretare ogni cosa al di fuori delle scuole canoniche, hanno prodotto dei veri e propri disastri sia materiali che immateriali. Un piccolo esempio è la nascita dell'Arabia, poi chiamata Saudita, che presumendo di "liberarsi" da un dominio turco s'è consegnata a quello inglese.
Ora come ora sogno e basta. Un mio sogno sarebbe questo: così come sono state artificialmente divise e contrapposte, le varie nazioni si riuniscano in un solo stato. Pensa un po', se ad un bel momento la Syria proponesse, come fece ai tempi della RAU, di unirsi ad altri stati limitrofi, questa volta non più accecati dalla visione nazionalista o socialista, ma semplicemente riconoscendosi come popolo islamico, desideroso di conformarsi alle sue regole di massima, per esempio prevedendo la restaurazione di un solo capo al governo di un solo stato. Un bel progettino, no? Pensa ad uno stato formato - la butto lì - dall'attuale Turchia, Syria, Giordania, Iraq, Libano, Arabia e paesi della sua penisola; a questo punto te la sentiresti di escludere dal club l'Iran? Direi di no, per correttezza. E a quel punto che dire dell'Egitto? Lo possiamo lasciare solo? Un'unica moneta, un unico esercito, un unico passaporto. Quanto tempo ci metterebbero il Pakistan o l'Indonesia a chiedere di entrare nell'Usi (Stati uniti islamici)? Questo ad Oriente. E ad Occidente? Marocco e tutto il Maghreb, più un bel pezzo d'Africa nera, terzomondiale e popolosa. La vera sorpresa potrebbe arrivare però dal Sinkjang e dal Tatarstan; prematuro però essendo il loro ingresso, li mettiamo in osservazione. Ma non vogliamo nemici, per il momento che restino alla Cina e alla Russia. Certo diverso sarà il caso della Bosnia, della Cecenia, del Kazakhistan, dell'Uzbekistan o delle enclave di Marsiglia e Bradford; rifiutare l'ingresso di queste città-stato sarebbe tradire la causa.
A quel punto resta aperta la questione di Gaza e della cosiddetta West bank. Ma lasciamo pure che resti tale. Anzi, lasciamo che costruiscano altri kilometri di muri alti e spessi, a delimitare tutti i confini. Gerusalemme però no, non fosse altro che per puntiglio. Quella ce la ripigliamo. Ma, come accadde in passato, lasciamo che abitino in santa pace tutti i credenti delle tre religioni. Se hai tempo guardati, caro Asno, qual era la composizione della popolazione (cfr. ©).
Noterai che nel 1896 la componenente ebraica della città rappresentava (28.110 : 45.420 = 0,6188) circa il 62% del suo totale. Quella islamica il 18,84 % e quella cristiana il 19,26%. Guarda un po', ora, gli ultimi dati forniti dalla Città stessa. Gli ultimi che distiguono le tre religioni sono del 1995. Da lì in poi si contano solo gli ebrei e il totale generale. Restiamo al 1995. A quella data abbiamo un 67,58% di ebrei. Un 29,61% di musulmani. Un 2,28% di cristiani. Mi sorge una domanda: chi ci ha rimesso, in termini di presenza puramente numerica, da quando esiste il cosiddetto stato di Israele? Nota inoltre che, seppur non suddiviso il resto per religione, possiamo dedurre che gli ebrei, dopo un loro picco nel 1996 pari al 70% di presenze, già nel 2005 son tornati a un 66,4%. In dieci anni han perso il 3,6%. Nonostante tutto han perso. Forse l'ho fatta troppo lunga. Una ragione c'è: dimostrare che non è vero, come la recita la fanta-letteratura, che gli ebrei non potessero vivere in Palestina, tant'è che nei secoli addietro erano già maggioranza in Gerusalemme, quando questa era governata dai musulmani. Chi è al corrente di queste cose? Quei giornalisti dei quali ci lamentiamo? Macché, quelli son pagati per non sapere, per diffondere ignoranza mediante la loro stessa ignoranza, che ingrassa ogni giorno e fa ricca la loro tasca.

Ma'as salama.
Gammal
10/12/2008

Caro Asno,
perché devi vergognarti di esporre in pubblico i tuoi problemi? A mio avviso, quel che a te sembra opportuno nascondere può giovare a qualcun altro. Non t'arrabbiare, dunque, se metto ad asciugare all'aperto i panni sporchi - che poi tali non sono - che mi hai confidato in privato.
Allora, cari amici e cari passanti di qui, dovete sapere che il mio compare romano ha un gatto sofferente di diabete. Qual è il problema? È che sua moglie, lancia in resta, è già partita con l'esame della "curva glicemica", con le iniezioni di insulina, con i viaggi di andata e ritorno dal veterinario, con il digiuno forzato [del gatto medesimo] prima di ogni esame del sangue e dell'orina e con la prospettiva di dover praticare [al gatto medesimo] una o due - non si sa ancora quante - iniezioni quotidiane di insulina, pena la morte del gatto medesimo.
Ora, non è questo il problema.
Il problema è che, secondo Asno, se il buon Dio rivuole a Sé l'anima di quel povero gatto tredicenne, perché noi dobbiamo metterGli i bastoni fra le ruote? Se è vero che "muor giovane colui che al Cielo è caro" (che poi tanto giovane non è, un gatto di tredici anni), chi siamo noi, col nostro egoismo, per cercare di farlo campare ancora un po'? Per giunta, tra iniezioni quotidiane e dieta a base di cibo per gatti neonati, farlo campar male? Insomma, come dice lui, questo è accanimento terapeutico.


Detto così, vecchio mio, non hai tutti i torti. Sebbene l'accanimento, da parte di un veterinario, mi lasci perplesso, mi rimetto al parere dei nostri visitatori. La sola cosa che vorrei aggiungere, dopo aver letto la tua ultima sul progresso da rifiutare in blocco, è la seguente: se il buon Dio ha permesso che scoprissimo l'insulina, perché dovremmo privarcene? Certo, anche la scoperta della bomba atomica l'ha permessa Lui, ma vuoi mettere? Anche le navi vichinghe ci hanno fatto scoprire l'America col Suo permesso.

Bi salama.
Gammal
18/09/2008

Caro Asno,
so che le tue simpatie per l'Islam, più che religiose, sono politiche. Meglio, più che teoriche, sono pratiche: sotto il profilo religioso, apprezzi la devozione del musulmano (le preghiere, il digiuno, le abluzioni, la carità e, in una parola, il rispetto verso se stesso e il prossimo); sotto il profilo politico, l'opposizione a quel tritacarne che è la modernità, macchina mostruosa che puoi chiamare di volta in volta globalizzazione, imperialismo, mercificazione, ateismo, depravazione e così via.
Bene. Non farti illusioni.
Sono pochi i musulmani, specie qui in occidente, non ancora intossicati dalla modernità. Lo sono forse più dei cristiani, mediamente, se pensi che anche solo fra i cattolici si annoverano personaggi come Massimo Introvigne (filosionista e filomassonico) e Plinio Correa de Oliveira (filosionista e, con minor coerenza, antimassonico), ma sono pochi. E ho paura che, se Lui non torna presto, saranno sempre meno.
Ieri sera mi sono rovinato la cena, nell'ascoltare l'intervista fatta ad una giovane sedicente musulmana, arruolatasi nel nostro esercito.
- Come fa col digiuno?
- Nessun problema.
- Come fa con la preghiera?
- Nessun problema.
- Parteciperà alle nostre «missioni di pace»?
- Certamente.

Ma'as salama.
Gammal
09/07/2008

Caro Asno,
ti propongo oggi un brano di G. de Sivo (dalla Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861, alla quale già accennavo - cfr. © - tempo fa) sui camorristi. È utile per capire come la sovversione moderna si sia sempre servita della parte peggiore della società, per stravolgere il passato.
Per il testo che segue sono debitore al sito Maddalonesi.it (cfr. ©).

"Incontinente va in istrada bieca turba, sozza, proterva; un vociferare sinistro, minaccioso, foriero di subiti guai; ecco la più vile gente del mondo, alleata del Garibaldi e di Vittorio, cominciare la serie lunga di assassinii impuniti, di rapine premiate, d’immoralità e irreligione caudate e pagate; principia il regno de' camorristi. La sommossa di Masaniello dissesì «de' lazzari», perché fecerla gente semi-nuda, come Lazzaro uscente di sepolcro; la rivoltura del '60 si dirà «de' camorristi», perché da questi goduta. Nel reame eran da antico camorristi, sì detti da camorra, in ispagnuolo querela (o forse dal gioco della morra, dove usano soprusi). Tai bravacci s’allargarono nelle carceri e nelle caserme soldatesche, riscotenti premii da paura altrui; poi nelle strade, in bettole, bische, postribuli, mercati, dovunque possono speculare sul coltello. Cavano moneta da’ carcerati, da' giocatori, da’ mercanti, da’ contratti d’ogni sorta. Vestono giacca di velluto, calzoni stretti a’ ginocchi e larghi a pie', canna d’india in mano, anelli alle dita, capelli lisciati, coltelli in tasca. Per similitudine diciam «camorristi» i giocatori ladri, gli storcileggi, i sicari, i vagabondi, e qualunque non fatica e vive di brogli. Camorrista è un composto di ladro, galeotto, pugnalatore, usuraio, contrabandiero e proletario. Sono setta antica, che credesi venuta con gli spagnoli; hanno statuti con certi articoli in apparenza onesti: per essere ammesso devi essere onorato, non stato mai ladro, né gendarme, né poliziotto, né congiunto a meretrici. Ammesso, devi ubbidire cieco a’ superiori, e perpetrare furti, assassinii, e peggio. Prima nel noviziato imparano scherma di coltelli e un linguaggio furbesco; passano avanti per esami, che son duelli a pugnali, e vanno al grado di sgarra; poi a contaruolo, forse perché conta l’arme ch’ha in deposito, il cui numero dicono «pianta». Per essere capo-società debbono accoltellarsi contro dodici, e ferirne almeno tre; né mai rifiutare sfide. A rubare si dividono le parti: chi fa chiavi false, chi il borsaiolo, chi il rapinatore, chi il manutengolo; e chi non sa meglio fa il palo cioè la spia, per ispiar da rubare, e avvisare d’ogni pericolo gli operatori. L’insubordinazione puniscono con isfregi al volto; appellano «infame» chiunque in giudizio fa testimonianze contro di loro, e si vendicano. Sono aiutati da loro donne in tutto, massime nelle esazioni; sicchè anche nelle carceri han la parte de' guadagni, e ‘l sostentamento. Il popolo minuto sopporta codesta tirannia abbietta, e paga senza fiatare; anzi ne’ giudizi non trovi chi si quereli, né chi testimoni contro di loro. Oltracciò i camorristi, paghi del tributo, proteggono talvolta il fievole contro il forte, e fanno i pacieri. Eran molti, e qua e di là del faro; e come era loro istituzione il non impicciarsi di politica, eglino nel '48 s’erano valuti de’torbidi, ma poco sul finire vi s’eran mescolati. Il governo e prima e dopo tentò d’estirpare questo flagello della società civile; li reprimeva, puniva, tenevanli in carceri e al confine, e sia sopra isole li relegava; ma trovavano protezione in altri camorristi vestiti alla borghese, che di più grossi mercedi facevan mercato, e in chi preparavano la camorra in grande, per divorare con la rivoluzione le ricchezze dello Stato. Costoro col pretesto di liberare la patria, valendosi delle persecuzioni della polizia contro quelli, di leggieri li tirarono a sé; e già da più agio e men rumore. Venuto a questi ultimi anni l’Aiossa a direttore di polizia, visto non valere legalità, trovati documenti della setta, ne agguantò più centinaia e li sparti per l’isole. I faziosi ch’avevano eglino stessi saputo indurre il direttore a quel passo, subito gridarono all’illegalità; i giornali torinesi vomitavano insulti; e da questo trassero opportunità per meglio stringersi la camorra".

Mi spiace per la mia Torino. Devo però ammettere che la modernità è penetrata in Italia attraverso i savoiardi, che, non paghi dei finallora inauditi finanziamenti britannici, si impadronirono anche degli oculati risparmi borbonici. E meno male ca pure mugghierema è borbonica.
Al riguardo, chiudo questa mia con altre due righe di de Sivo, stavolta tratte da I napolitani al cospetto delle nazioni civili.
"L'operosa parsimonia governativa avea sempre modo da tenere in serbo un tesoro per ogni evento. Eranvi in cassa trentatré milioni di ducati, quando il liberatore Garibaldi vi mise su le mani, e li fe' disparire. [...] I rigeneratori torinesi, dopo tante sperticate promesse di tutto dare, tutto ne han tolto; e solo han potuto creare la miseria ed il nulla". Tuttavia, secondo me, torinesi e savoiardi non coincidono affatto. Meglio i crumiri.

Ma'as salama.
Gammal
20/05/2008

Caro Gammal,
stamane FDF riporta (cfr. ©) una notizia divulgata dall'ANSA: Vado a verificare, presso tale agenzia, ma non ne trovo traccia alcuna. Allora ne copio una frase e la incollo su Google, virgolettata. Il solo risultato che ottengo è la "Gazzetta del Mezzogiorno". Ecco il testo (cfr. ©), peraltro identico a quello presentato da FDF.

TEL AVIV – Centinaia di volumi del Nuovo Testamento sono stati dati pubblicamente alla fiamme giovedì scorso nella città israeliana di Or Yehuda (Tel Aviv) su istruzione del vicesindaco Uzi Aharon. Lo riferisce con grande evidenza il quotidiano "Maariv", secondo cui i testi sacri sono arsi mentre attorno seguivano la scena centinaia di allievi di una scuola ortodossa.
Aharon ha spiegato al giornale di essere impegnato in una lotta serrata per contrastare nella sua città le attività di «missionari cristiani». La settimana scorsa, dopo aver appreso che costoro avevano distribuito copie del Nuovo Testamento, ha provveduto a raccoglierle casa per casa. «Tutti i libri sono stati bruciati» ha confermato.


Non volevo crederci. Ho consultato anche "Maariv", ma è solo in ebraico (lingua ignota al somaro scrivente). D'altro canto - mi son detto - quella israeliana non può certo definirsi una società multietnica. Confidiamo nel Signore. Quel che mi mette a disagio è pensare 1) che, "according - cfr. © - to halakic law, anyone who is born of a jewish mother [..] is a jew"; 2) che la Madre di Dio è ebrea e, pertanto, 3) che il mio Dio, a differenza del tuo, è ebreo. Possibile?

La Pace sia con te.
Asno
14/04/2008

Caro Asno,
c'è un post esplosivo (cfr. ©) del tuo inclito amico, duca di Gandìa, sull'excelentísima señora Luisa Isabel Álvarez de Toledo y Maura, duchessa di Medina Sidonia e, tra l'altro, principessa di Montalbano, principessa di Paternò, contessa di Sclafani, contessa di Adernò, contessa di Caltabellotta, contessa di Caltanissetta, contessa di Caltabuturo, contessa di Collesano, marchesa di Calatafimi, baronessa di Centorvi e baronessa di Biancavilla.
Quella donna era una gran donna. Ti anticipo qualche riga di un post che devi leggere per benino.
«Nel 1992 la duchessa volle dare il proprio contributo alle celebrazioni per i cinquecento anni della scoperta dell'America col saggio Historia de una conjura ("Storia di una congiura"), cui seguì poco dopo un ulteriore tomo, No fuimos nosotros ("Non siamo stati noi"). Infatti la tesi propugnata dalla duchessa, dopo aver scartabellato per anni le carte segrete dei propri avi, è che la scoperta dell'America sarebbe stata solo una farsa ed il frutto di una incrociata macchinazione politica.
[...] Le miniere del sud America erano conosciuto sin dall'epoca dei fenici, nonché dai sovrani musulmani di Spagna e Marocco. Secondo la duchessa, da Capo Verde anche la meno attrezzata delle imbarcazioni, spinta dai venti alisei, in quindici giorni giunge infallibilmente in Brasile.
[...] L'opera Africa versus America è stata pubblicata grazie alla "Junta islamica", ovvero l'associazione ufficiale dei musulmani di Spagna, poichè arcinoto era il filoarabismo della duchessa, nonché la sua opposizione al perdurante protettorato spagnolo delle due enclave marocchine di Ceuta e Melilla (tanto è vero che nel 2000, quando si recò in visita al re del Marocco, Mohammeed VI la accolse con i massimi onori»).

Che Colombo fosse stato scelto, per recitare quella farsa, solo perché si chiamava Cristoforo, è cosa nota. Certo, a scuola non te lo insegnerà mai nessuno.
Tuttavia, dati i tempi in cui viviamo, c'è da dire che per ogni religione rivelata ovunque e in ogni caso si sta andando verso il peggio. Un esempio?
Le varie tv satellitari arabe pullulano di telepredicatori religiosi. Il loro intento (ma è il caso di dire illusione, piuttosto) sarebbe quello di controbilanciare il potere mediatico delle sorelle maggiori (e dei fratelli maggiori) occidentali.
A loro modo costoro non fanno altro che propagandare l'attuale schizofrenia del cosiddetto mondo civile e democratico, sostenendo da un lato il fanatismo che porterebbe al temutissimo "scontro di civiltà" (ormai necessario come il sale in cucina) e dall'altro una volontà di "progresso" e di emancipazione del popolo (ovviamente del tutto libera da regole, un fai-da-te mai visto nel mondo islamico).
Tali rappresentanti di quel che chiamerei "neo-protestantesimo" sono funzionali al sistema politico moderno e alla storia globale che stiamo vivendo.
Essi servono (a loro modo e nella misura che a loro compete) a giustificare, a divulgare, a imporre la forma in cui l'attuale sistema di potere temporale si manifesta.
Ovviamente questo avviene per precisa volontà di qualcuno: uomini, genii, spiriti o dèmoni che siano. Ma - ricordiamoci sempre - essenzialmente per precisa volontà di Qualcuno, Dio stesso.

Ma'a as salama.
Gammal
24/03/2008

Caro Gammal,
ti trascrivo due paginette tratte da L. Scaraffia, Rinnegati: per una storia dell'identità occidentale, Laterza, 2002 (pp. 15-17).

"A metà del '500 un navigante delle galere toscane, autore anonimo di una memoria di viaggio, sbarcando per la prima volta a Lampedusa, scoprì l'esistenza di uno strano luogo di culto: una grotta dedicata alla Madonna, a cui si rivolgevano per protezione marinai, pescatori e corsari, dove fra le offerte comparivano anche, insieme alle cristiane, monete «moresche e turchesche».
«Quella che è cosa degna di ammiraxione - egli scrive - si è che i corsari turchi, nimici de la nostra religione et de la humana generazione, non solamente rispettino e riverischino quel luogo, ma ci porgono i voti e le limosine con più fervore e reverenzia che i medesimi cristiani».*
Anche Alonso de Contreras, un avventuriero spagnolo, cavaliere di Malta, che fra la fine del '500 e l'inizio del '600 incrociava il Mediterraneo, presenta nelle sue memorie una sorprendente descrizione di questa grotta: c'era un altare, posto sotto un quadro della Madonna, dove si trovavano «molti oggetti che vi hanno lasciato in elemosina i cristiani e vi è perfino del biscotto, del formaggio, dell'olio, delle carni salate, del vino e del denaro» e dall'altra parte della caverna «si vede una tomba dove è sepolto un marabutto turco, uno dei loro santi, a quanto si racconta» e accanto ad esso «le medesime elemosine che alla nostra Immagine Santa».**
Si tratta con ogni evidenza di un luogo di culto duplice, cioè appartenente contemporaneamente alle due religioni, spiegabile con la speciale posizione geografica occupata dall'isola. Lampedusa, infatti, costituiva per i naviganti al tempo stesso un pericolo, soprattutto di notte, perché rischiavano di naufragare sui suoi scogli, e un aiuto, perché consentiva di rifornirsi di acqua e di legna. Almeno a partire dal XV secolo risulta che fu acceso un lume notturno per guidare i naviganti: secondo una leggenda siciliana il compito di accendere il lume era affidato a un romito, che viveva nella grotta sacra e che si presentava come cristiano o come musulmano, a seconda della provenienza dei naviganti che sbarcavano. Da ciò «il detto, comune in Sicilia, 'il romito di Lampedusa' per dinotare una persona di doppia fede».***
I doni lasciati nella grotta avevano una funzione molto concreta: «tanto i cristiani che i turchi dispongono di questi viveri affinché, quando passa qualche nave, se uno schiavo riesce a fuggire, egli abbia qualche cosa da mangiare fino a quando passa qualche nave della propria nazione e lo prenda a bordo, a seconda che egli sia cristiano o turco. Ciò accade tutti i giorni».****

* F. Angiolini, Musulmani e cristiani nella grotta di Lampedusa, in «Storia e dossier», 14, 1987.
** A. de Contreras, Vida del Capitàn Alonso de Contreras, in AA. VV , Autobiografìas de soldados, Biblioteca de autores españoles, t. 90, Madrid 1956, pp. 85-86.
*** I. Arnaldi, Nostra Signora di Lampedusa. Storia civile e materiale di un miracolo mediterraneo, Leonardo, Milano 1992.
**** A. de Contreras, Vida del Capitàn Alonso de Contreras, op. cit., p. 86".

Mi piace immaginarmela così, la Madonna di Lampedusa, con questa immagine che devo alla munificenza del duca di Gandìa.



Pace a te.
Asno
20/02/2008

Caro Asno,
come hai già fatto tu ieri, oggi mi mantengo un po' "leggero", perché i commenti al post di san Valentino (cfr. © e seguenti) stanno assumendo una rilevanza inaspettata.

Ti parlerò, sicché, d'una bella realtà medioevale quale la Sicilia musulmana, che godette di un lungo periodo di pace e prosperità, venendo a far parte di un'area geo-politica multietnica, fiorente sia culturalmente che economicamente. La facilità di comunicazione, la disponibilità di risorse produttive, tecnologiche e scientifiche, l'uso dell'arabo come lingua franca di base comune, estesa a milioni di individui e per migliaia di chilometri, la posero in una posizione di privilegio rispetto al resto dell’Italia. Le influenze di questo periodo le troviamo riflesse sia nell’arte che nella scuola poetica siciliana (a cui molto si ispirò il Dolce Stil Novo, che dette origine alla nostra attuale lingua).
Religiosamente la Sicilia occidentale fu intensamente islamizzata, tanto che la metà della popolazione abbracciava la fede islamica.
I cristiani rimasti nell'isola furono generalmente rispettati e protetti, pur tuttavia nella loro condizione di dhimmî (una tassa fissa pagata dai cristiani ed ebrei che vivono sotto l'autorità musulmana, in cambio dell’esercizio della propria libertà personale e giuridica).
I musulmani di Sicilia hanno contributo intensamente allo sviluppo delle scienze teologiche: Muhammad ben Khurâsân e Ismâ'îl ben Khalaf nella raccolta e nell'approfondimento degli ahâdîth (i detti del Profeta, pace e benedizioni su di lui), Assad ben al-Fûrat e Yahyâ ben Umar nello studio del diritto.
Abd Allâh, di origine siciliana, tradusse in arabo un trattato greco di botanica di Dioscoride. Nelle scienze linguistiche ricordiamo Mûsâ ben Asbagh, Abû abd-Allâh Muhammad al-Kattâni (1035-1118) e Sa'îd ben Fat'hûn. Come poeti siculo-arabi citiamo Abd al-Rahmân ben Hassan, Ja'far ben Yûssuf e Ibn al-Khayyât. In quell'epoca era d'uso che i dotti viaggiassero frequentemente nell'Ummah islamiya o Dar AlIislam ("mondo islamico"), sia per frequentare altri dotti, sia per apprendere o per insegnare. Questo rendeva abbastanza vivace la circolazione delle idee e la diffusione della cultura.
L'artigianato fiorì e l'industria tessile produsse gran copia di tessuti pregiati, mentre il tiraz di Palermo produceva la richiestissima carta di cui l'occidente latino aveva grandissima necessità.
La corte kalbita di Palermo riuniva grandi eruditi di poesia, filologia e scienze naturali. In questo periodo Palermo si trasformò in quella che sarà conosciuta come città dalle cinquecento moschee.
Ad ogni periodo di grande prosperità corrisponde una lotta per la sua gestione, che anche in questo caso si sviluppò degenerando in uno scenario di discordie, rivolte di palazzo e delitti di stato: incominciarono a sorgere signorie locali divise nell’affrontare la costante minaccia bizantina.
Fu così che, nonostante l'arrivo di rinforzi dal Maghreb e l'eroica resistenza capeggiata da Ibn Abbâb (Benavet), Palermo cadde nel 1072. La conquista normanna, guidata da Ruggero il Guiscardo fu completata dopo 30 anni di guerra e fini nel 1091 con la caduta di Noto.
Ultimata la conquista, Ruggero dimostrò grande rispetto e tolleranza verso i musulmani. Molti di loro furono arruolati come soldati in reparti speciali nel suo esercito. Nel 1111 venne incoronato Ruggero II, che si faceva chiamare al-Mu'tazz bi-llâh e firmava spesso come al qiddîs ("il re grande e venerabile") e che mantenne la Sicilia nella sfera di grande circolazione culturale e commerciale propria del mondo islamico. Per volere dello stesso re, il geografo al-Sharif al-Idrissî, figura rappresentativa della comunità islamica sicula, scrisse la famosa opera Al-Kitâb al-Rujâri ("il libro di Ruggero"), grande opera di geografia completata nel 1154. L’amministrazione della sua corte era affidata a funzionari di lingua araba; gli artisti si rifacevano alle scuole islamiche di letteratura, calligrafia e architettura (come il Duomo di Palermo, che fu moschea, poi “abbellita” secondo i criteri cristiani dell’epoca), nella stessa corte si contavano fityân (paggi), hâjib (ciambellani), janîb (aiutanti di campo), jâmadâr (addetti agli abiti) e simili.

La Sicilia ritornò cristiana con i normanni, ma, se lunghi furono i tempi della conquista, ancora più lunghi furono quelli della scomparsa della cultura musulmana dall'isola.
Il periodo di maggior fioritura artistica e culturale della Sicilia musulmana coincise con la terza dinastia kalbita, durante la quale Palermo fu capitale di arti, lettere e soprattutto poesia, divenendo faro di civiltà che si propagò per tutta la Sicilia e giunse perfino a lambire il Mezzogiorno d'Italia. Non si contano gli influssi islamici nell'architettura, nella pittura, nella ceramica, nella decorazione; per non parlare dei numerosi arabismi presenti nella nostra lingua (libeccio, scirocco, darsena, tariffa, fondaco, gabello, elisir, sofà, zenit, ecc.), nei numerosi toponimi: Alcamo, Marsala, Caltagirone, Sciacca, Mongibello (la cima dell’Etna, sul che cfr. ©), Alì Terme, ecc. In Sicilia ancor oggi le misure agrarie e i termini tecnici per le irrigazioni sono quelli di origine araba.
Durante i secoli di governo islamico la tradizione e i costumi di carattere etico-religioso si diffusero rapidamente. Apparirono i primi minareti, da cui sembra derivi il campanile (dapprima inesistente), accanto alle moschee. I nuovi quartieri s'ispiravano allo stile moresco, caratterizzato da ampie case bianche con piccole finestre. All'interno, circondato da un porticato, il patio, un cortile con fontane e piante. Alle pareti compaiono gli azulejos, piccole piastrelle che formano mosaici, mentre il pavimento è ricoperto da tappeti. I musulmani amavano molto la vita sociale. Di solito si riunivano il venerdì, giorno di festa. A queste riunioni partecipavano, separatamente gli uni dalle altre, uomini e donne. Bevevano sciroppi di frutta e tè che i mercanti importavano dalla Cina. Caffè e tabacco erano ancora sconosciuti. Amavano molto la musica e la danza, spesso concludevano le riunioni con declamazioni di versi e stornelli. Gli strumenti musicali più diffusi erano l’arpa, l’oboe, il liuto, il tamburo e la chitarra. Alcuni di essi rappresentarono una novità per l’Italia e l’Europa.
I musulmani tenevano (come tengono tuttora) molto alle buone maniere e il comportamento a tavola era ineccepibile: mangiavano a piccoli bocconi, masticavano bene, ingerivano aglio e cipolla solo se molto cotti, usavano pulirsi i denti con uno speciale legno odoroso. Il gentiluomo musulmano si lavava ogni giorno, si profumava con acqua di rose, si depilava le ascelle e si truccava gli occhi. Per la strada si fermava di quando in quando davanti ai numerosi portatori di specchi per controllare e accomodare la propria acconciatura. Si vestiva con eleganza e non indossava abiti logori o rattoppati. I passatempi preferiti dai gentiluomini erano l’addestramento di animali, il gioco degli scacchi e la caccia. Tra il popolo erano diffusi il gioco dei dadi e quello della tavola reale.
Oltre che nei costumi della vita quotidiana, i musulmani lasciarono profonde tracce del loro passaggio nella cultura: a Palermo sorsero scuole di lingua araba in cui veniva ad esempio studiata la sfericità della Terra e i punti cardinali. Lo studio degli astri era molto diffuso e l'astronomia ne conserva tracce nei suoi termini: azimut, zenit, nadir, ecc. Ancora adesso in Sicilia sopravvivono un pò dovunque modelli di architettura araba e quando questa cultura, dopo l’anno mille, si incontrò con quella normanna nacque la più alta civiltà del medioevo europeo, da cui più tardi derivò quella del Rinascimento.
Anche nell'agricoltura gli arabi portarono innovazioni: le irrigazioni delle huertas (come quelle della "conca d'oro" presso Palermo), colture del cotone, della canna da zucchero e del riso, dell'arancio, coltura della seta, industrie tessili, ceramiche e lavorazioni affini arricchirono l’isola, sopravvivendo sino ai giorni nostri .
Degno di nota è anche il grande sviluppo urbano; i musulmani avevano fissato definitivamente la capitale della Sicilia a Palermo, nel X secolo, città che allora contava circa trecentomila abitanti e che, in tutto l'occidente musulmano, era seconda solo a Cordova. Molti porti sulla costa opposta del Tirreno (Amalfi, Salerno, Napoli, Gaeta) erano economicamente nell'orbita di Palermo e della Sicilia musulmana. La moneta del califfato fatimita era il dinar (spesso imitato altrove), che aveva corso in tutta l'Italia meridionale e la cui circolazione aveva corso legale. Quando la conquista normanna (1061 - 1089) riunì questo territorio musulmano ai territori cristiani d'occidente, gli scambi si fecero più intensi. Le tecniche della coltura della seta e la sua lavorazione arrivano ad esempio nell'Italia settentrionale (Lucca, Venezia).

La Sicilia e l'Italia meridionale acquistarono nell'epoca musulmana conoscenze d'ogni tipo: conoscenze mediche, filosofiche, astrologiche, scientifiche. Questo fenomeno, come già detto, continuerà durante il periodo normanno. In breve, la corte di Federico II, la Sicilia e la Spagna costituiscono i punti più importanti attraverso i quali sono penetrati in occidente gli influssi orientali.

Ma'a as salama.
Gammal
22/01/2008

Caro Asno,
ecco una pillolina di storia, uno dei miei più grandi interessi terreni.

Nell’estate dell’846 una flotta parte alla volta di Gaeta e vi pone l’assedio, ormeggiando probabilmente presso Ausonia ("ad duos leones", secondo le fonti cristiane) e seminando terrore per tutta l’Appia.
Una seconda flotta di rinforzo, 10.000 uomini e 500 cavalieri, sbarca a Ostia e, dopo alcuni scontri fortunati, risale, via fiume e via terra, il Tevere, arrivando a saccheggiare la basilica di S.Pietro; nonostante tale successo, questo secondo gruppo, temendo di rimanere isolato, decide di ricongiungersi, percorrendo l’Appia e passando per Terracina, Fondi e Itri, ai compagni che assediano Gaeta.
Quest’ultima, nell’847, è costretta a chiedere aiuto ai napoletani, per cui gli arabi, non prima di aver depredato anche il cassinate, trovatisi a corto di rifornimenti, decidono di ritirarsi. Ma, a causa del maltempo e in attesa di condizioni atmosferiche favorevoli, sono costretti a chiedere asilo alla stessa Gaeta.
Questo episodio ci dà un’idea di quali potessero essere i rapporti fra cristiani e musulmani, in quel tempo: è lecito ipotizzare infatti che sia i porti italiani che quelli nord-africani fossero frequentati da ciurme multi-etniche e inter-religiose; questo faceva sì che, anche in periodi di conflitto, il commercio non si arrestasse; anzi, le razzie probabilmente avevano l’unica conseguenza di sostituire le merci tradizionali (tessuti, spezie e in seguito anche grano) con la merce umana, nient’altro. E ciò, nel rispetto reciproco.

Ma'a as salama.
Gammal