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Non contraddire chi può dispiacersene.
Se è possibile, elogia; se no, taci.
Pensa sottratte a Lui le lodi rivolte a te.

chestertonate

Il dogmatismo unisce, come una frontiera collega. Quanti magnanimi musulmani e quanti nobili cristiani sono stati più vicini gli uni agli altri, nel loro rispettivo dogmatismo, di tanti agnostici senza un credo, senza una dottrina e, in una parola, senza una casa? Un dogma è come l'ancora per una barca e come il picchetto per una tenda; il contrario di una dogma è un vago ideale, una barca alla deriva, una tenda in balìa del vento. Che un pollo possa esser mangiato e che un uomo no, è un dogma. Che tutto possa esser mangiato (almeno finché il senno di poi non ne prova la tossicità) è il contrario di un dogma. Torneremo a cibarci di carne umana, in assenza del dogma che lo vieta? È probabile, anche perché la carne umana, purtroppo, non è tossica.

Chi comincia col combattere la fede, in nome della liberta della ragione, finirà col combattere la libertà, in nome della fede nella ragione.

La grande marcia della falsificazione proseguirà. Tutto sarà negato. Sarà una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle. Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che in estate le foglie sono verdi. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l'erba e i cieli, dichiarati impossibili dall'ateo, con il coraggio del devoto. Saremo tra quanti hanno creduto, pur avendo visto.

Se l'anarchico fosse coerente, dovrebbe apprezzare il disordine anche al suo interno, anziché pretendere, dentro di lui, un rispetto così ferreo della gerarchia da giustificare il ricorso, in caso di disordine, all'olio di ricino.

memorandum

Magnopere curandum est id ut teneatur quod ubique, quod semper et quod ab omnibus creditum est (cfr. ©).

Nam res ipsa, quae nunc christiana religio nuncupatur, erat et apud antiquos nec defuit ab initio generis humani, quo usque ipse Christus veniret in carne, unde vera religio, quae iam erat, coepit appellari christiana. (cfr. ©).
20/05/2008

Caro Gammal,
stamane FDF riporta (cfr. ©) una notizia divulgata dall'ANSA: Vado a verificare, presso tale agenzia, ma non ne trovo traccia alcuna. Allora ne copio una frase e la incollo su Google, virgolettata. Il solo risultato che ottengo è la "Gazzetta del Mezzogiorno". Ecco il testo (cfr. ©), peraltro identico a quello presentato da FDF.

TEL AVIV – Centinaia di volumi del Nuovo Testamento sono stati dati pubblicamente alla fiamme giovedì scorso nella città israeliana di Or Yehuda (Tel Aviv) su istruzione del vicesindaco Uzi Aharon. Lo riferisce con grande evidenza il quotidiano "Maariv", secondo cui i testi sacri sono arsi mentre attorno seguivano la scena centinaia di allievi di una scuola ortodossa.
Aharon ha spiegato al giornale di essere impegnato in una lotta serrata per contrastare nella sua città le attività di «missionari cristiani». La settimana scorsa, dopo aver appreso che costoro avevano distribuito copie del Nuovo Testamento, ha provveduto a raccoglierle casa per casa. «Tutti i libri sono stati bruciati» ha confermato.


Non volevo crederci. Ho consultato anche "Maariv", ma è solo in ebraico (lingua ignota al somaro scrivente). D'altro canto - mi son detto - quella israeliana non può certo definirsi una società multietnica. Confidiamo nel Signore. Quel che mi mette a disagio è pensare 1) che, "according - cfr. © - to halakic law, anyone who is born of a jewish mother [..] is a jew"; 2) che la Madre di Dio è ebrea e, pertanto, 3) che il mio Dio, a differenza del tuo, è ebreo. Possibile?

La Pace sia con te.
Asno
14/04/2008

Caro Asno,
c'è un post esplosivo (cfr. ©) del tuo inclito amico, duca di Gandìa, sull'excelentísima señora Luisa Isabel Álvarez de Toledo y Maura, duchessa di Medina Sidonia e, tra l'altro, principessa di Montalbano, principessa di Paternò, contessa di Sclafani, contessa di Adernò, contessa di Caltabellotta, contessa di Caltanissetta, contessa di Caltabuturo, contessa di Collesano, marchesa di Calatafimi, baronessa di Centorvi e baronessa di Biancavilla.
Quella donna era una gran donna. Ti anticipo qualche riga di un post che devi leggere per benino.
«Nel 1992 la duchessa volle dare il proprio contributo alle celebrazioni per i cinquecento anni della scoperta dell'America col saggio Historia de una conjura ("Storia di una congiura"), cui seguì poco dopo un ulteriore tomo, No fuimos nosotros ("Non siamo stati noi"). Infatti la tesi propugnata dalla duchessa, dopo aver scartabellato per anni le carte segrete dei propri avi, è che la scoperta dell'America sarebbe stata solo una farsa ed il frutto di una incrociata macchinazione politica.
[...] Le miniere del sud America erano conosciuto sin dall'epoca dei fenici, nonché dai sovrani musulmani di Spagna e Marocco. Secondo la duchessa, da Capo Verde anche la meno attrezzata delle imbarcazioni, spinta dai venti alisei, in quindici giorni giunge infallibilmente in Brasile.
[...] L'opera Africa versus America è stata pubblicata grazie alla "Junta islamica", ovvero l'associazione ufficiale dei musulmani di Spagna, poichè arcinoto era il filoarabismo della duchessa, nonché la sua opposizione al perdurante protettorato spagnolo delle due enclave marocchine di Ceuta e Melilla (tanto è vero che nel 2000, quando si recò in visita al re del Marocco, Mohammeed VI la accolse con i massimi onori»).

Che Colombo fosse stato scelto, per recitare quella farsa, solo perché si chiamava Cristoforo, è cosa nota. Certo, a scuola non te lo insegnerà mai nessuno.
Tuttavia, dati i tempi in cui viviamo, c'è da dire che per ogni religione rivelata ovunque e in ogni caso si sta andando verso il peggio. Un esempio?
Le varie tv satellitari arabe pullulano di telepredicatori religiosi. Il loro intento (ma è il caso di dire illusione, piuttosto) sarebbe quello di controbilanciare il potere mediatico delle sorelle maggiori (e dei fratelli maggiori) occidentali.
A loro modo costoro non fanno altro che propagandare l'attuale schizofrenia del cosiddetto mondo civile e democratico, sostenendo da un lato il fanatismo che porterebbe al temutissimo "scontro di civiltà" (ormai necessario come il sale in cucina) e dall'altro una volontà di "progresso" e di emancipazione del popolo (ovviamente del tutto libera da regole, un fai-da-te mai visto nel mondo islamico).
Tali rappresentanti di quel che chiamerei "neo-protestantesimo" sono funzionali al sistema politico moderno e alla storia globale che stiamo vivendo.
Essi servono (a loro modo e nella misura che a loro compete) a giustificare, a divulgare, a imporre la forma in cui l'attuale sistema di potere temporale si manifesta.
Ovviamente questo avviene per precisa volontà di qualcuno: uomini, genii, spiriti o dèmoni che siano. Ma - ricordiamoci sempre - essenzialmente per precisa volontà di Qualcuno, Dio stesso.

Ma'a as salama.
Gammal
24/03/2008

Caro Gammal,
ti trascrivo due paginette tratte da L. Scaraffia, Rinnegati: per una storia dell'identità occidentale, Laterza, 2002 (pp. 15-17).

"A metà del '500 un navigante delle galere toscane, autore anonimo di una memoria di viaggio, sbarcando per la prima volta a Lampedusa, scoprì l'esistenza di uno strano luogo di culto: una grotta dedicata alla Madonna, a cui si rivolgevano per protezione marinai, pescatori e corsari, dove fra le offerte comparivano anche, insieme alle cristiane, monete «moresche e turchesche».
«Quella che è cosa degna di ammiraxione - egli scrive - si è che i corsari turchi, nimici de la nostra religione et de la humana generazione, non solamente rispettino e riverischino quel luogo, ma ci porgono i voti e le limosine con più fervore e reverenzia che i medesimi cristiani».*
Anche Alonso de Contreras, un avventuriero spagnolo, cavaliere di Malta, che fra la fine del '500 e l'inizio del '600 incrociava il Mediterraneo, presenta nelle sue memorie una sorprendente descrizione di questa grotta: c'era un altare, posto sotto un quadro della Madonna, dove si trovavano «molti oggetti che vi hanno lasciato in elemosina i cristiani e vi è perfino del biscotto, del formaggio, dell'olio, delle carni salate, del vino e del denaro» e dall'altra parte della caverna «si vede una tomba dove è sepolto un marabutto turco, uno dei loro santi, a quanto si racconta» e accanto ad esso «le medesime elemosine che alla nostra Immagine Santa».**
Si tratta con ogni evidenza di un luogo di culto duplice, cioè appartenente contemporaneamente alle due religioni, spiegabile con la speciale posizione geografica occupata dall'isola. Lampedusa, infatti, costituiva per i naviganti al tempo stesso un pericolo, soprattutto di notte, perché rischiavano di naufragare sui suoi scogli, e un aiuto, perché consentiva di rifornirsi di acqua e di legna. Almeno a partire dal XV secolo risulta che fu acceso un lume notturno per guidare i naviganti: secondo una leggenda siciliana il compito di accendere il lume era affidato a un romito, che viveva nella grotta sacra e che si presentava come cristiano o come musulmano, a seconda della provenienza dei naviganti che sbarcavano. Da ciò «il detto, comune in Sicilia, 'il romito di Lampedusa' per dinotare una persona di doppia fede».***
I doni lasciati nella grotta avevano una funzione molto concreta: «tanto i cristiani che i turchi dispongono di questi viveri affinché, quando passa qualche nave, se uno schiavo riesce a fuggire, egli abbia qualche cosa da mangiare fino a quando passa qualche nave della propria nazione e lo prenda a bordo, a seconda che egli sia cristiano o turco. Ciò accade tutti i giorni».****

* F. Angiolini, Musulmani e cristiani nella grotta di Lampedusa, in «Storia e dossier», 14, 1987.
** A. de Contreras, Vida del Capitàn Alonso de Contreras, in AA. VV , Autobiografìas de soldados, Biblioteca de autores españoles, t. 90, Madrid 1956, pp. 85-86.
*** I. Arnaldi, Nostra Signora di Lampedusa. Storia civile e materiale di un miracolo mediterraneo, Leonardo, Milano 1992.
**** A. de Contreras, Vida del Capitàn Alonso de Contreras, op. cit., p. 86".

Mi piace immaginarmela così, la Madonna di Lampedusa, con questa immagine che devo alla munificenza del duca di Gandìa.



Pace a te.
Asno
20/02/2008

Caro Asno,
come hai già fatto tu ieri, oggi mi mantengo un po' "leggero", perché i commenti al post di san Valentino (cfr. © e seguenti) stanno assumendo una rilevanza inaspettata.

Ti parlerò, sicché, d'una bella realtà medioevale quale la Sicilia musulmana, che godette di un lungo periodo di pace e prosperità, venendo a far parte di un'area geo-politica multietnica, fiorente sia culturalmente che economicamente. La facilità di comunicazione, la disponibilità di risorse produttive, tecnologiche e scientifiche, l'uso dell'arabo come lingua franca di base comune, estesa a milioni di individui e per migliaia di chilometri, la posero in una posizione di privilegio rispetto al resto dell’Italia. Le influenze di questo periodo le troviamo riflesse sia nell’arte che nella scuola poetica siciliana (a cui molto si ispirò il Dolce Stil Novo, che dette origine alla nostra attuale lingua).
Religiosamente la Sicilia occidentale fu intensamente islamizzata, tanto che la metà della popolazione abbracciava la fede islamica.
I cristiani rimasti nell'isola furono generalmente rispettati e protetti, pur tuttavia nella loro condizione di dhimmî (una tassa fissa pagata dai cristiani ed ebrei che vivono sotto l'autorità musulmana, in cambio dell’esercizio della propria libertà personale e giuridica).
I musulmani di Sicilia hanno contributo intensamente allo sviluppo delle scienze teologiche: Muhammad ben Khurâsân e Ismâ'îl ben Khalaf nella raccolta e nell'approfondimento degli ahâdîth (i detti del Profeta, pace e benedizioni su di lui), Assad ben al-Fûrat e Yahyâ ben Umar nello studio del diritto.
Abd Allâh, di origine siciliana, tradusse in arabo un trattato greco di botanica di Dioscoride. Nelle scienze linguistiche ricordiamo Mûsâ ben Asbagh, Abû abd-Allâh Muhammad al-Kattâni (1035-1118) e Sa'îd ben Fat'hûn. Come poeti siculo-arabi citiamo Abd al-Rahmân ben Hassan, Ja'far ben Yûssuf e Ibn al-Khayyât. In quell'epoca era d'uso che i dotti viaggiassero frequentemente nell'Ummah islamiya o Dar AlIislam ("mondo islamico"), sia per frequentare altri dotti, sia per apprendere o per insegnare. Questo rendeva abbastanza vivace la circolazione delle idee e la diffusione della cultura.
L'artigianato fiorì e l'industria tessile produsse gran copia di tessuti pregiati, mentre il tiraz di Palermo produceva la richiestissima carta di cui l'occidente latino aveva grandissima necessità.
La corte kalbita di Palermo riuniva grandi eruditi di poesia, filologia e scienze naturali. In questo periodo Palermo si trasformò in quella che sarà conosciuta come città dalle cinquecento moschee.
Ad ogni periodo di grande prosperità corrisponde una lotta per la sua gestione, che anche in questo caso si sviluppò degenerando in uno scenario di discordie, rivolte di palazzo e delitti di stato: incominciarono a sorgere signorie locali divise nell’affrontare la costante minaccia bizantina.
Fu così che, nonostante l'arrivo di rinforzi dal Maghreb e l'eroica resistenza capeggiata da Ibn Abbâb (Benavet), Palermo cadde nel 1072. La conquista normanna, guidata da Ruggero il Guiscardo fu completata dopo 30 anni di guerra e fini nel 1091 con la caduta di Noto.
Ultimata la conquista, Ruggero dimostrò grande rispetto e tolleranza verso i musulmani. Molti di loro furono arruolati come soldati in reparti speciali nel suo esercito. Nel 1111 venne incoronato Ruggero II, che si faceva chiamare al-Mu'tazz bi-llâh e firmava spesso come al qiddîs ("il re grande e venerabile") e che mantenne la Sicilia nella sfera di grande circolazione culturale e commerciale propria del mondo islamico. Per volere dello stesso re, il geografo al-Sharif al-Idrissî, figura rappresentativa della comunità islamica sicula, scrisse la famosa opera Al-Kitâb al-Rujâri ("il libro di Ruggero"), grande opera di geografia completata nel 1154. L’amministrazione della sua corte era affidata a funzionari di lingua araba; gli artisti si rifacevano alle scuole islamiche di letteratura, calligrafia e architettura (come il Duomo di Palermo, che fu moschea, poi “abbellita” secondo i criteri cristiani dell’epoca), nella stessa corte si contavano fityân (paggi), hâjib (ciambellani), janîb (aiutanti di campo), jâmadâr (addetti agli abiti) e simili.

La Sicilia ritornò cristiana con i normanni, ma, se lunghi furono i tempi della conquista, ancora più lunghi furono quelli della scomparsa della cultura musulmana dall'isola.
Il periodo di maggior fioritura artistica e culturale della Sicilia musulmana coincise con la terza dinastia kalbita, durante la quale Palermo fu capitale di arti, lettere e soprattutto poesia, divenendo faro di civiltà che si propagò per tutta la Sicilia e giunse perfino a lambire il Mezzogiorno d'Italia. Non si contano gli influssi islamici nell'architettura, nella pittura, nella ceramica, nella decorazione; per non parlare dei numerosi arabismi presenti nella nostra lingua (libeccio, scirocco, darsena, tariffa, fondaco, gabello, elisir, sofà, zenit, ecc.), nei numerosi toponimi: Alcamo, Marsala, Caltagirone, Sciacca, Mongibello (la cima dell’Etna, sul che cfr. ©), Alì Terme, ecc. In Sicilia ancor oggi le misure agrarie e i termini tecnici per le irrigazioni sono quelli di origine araba.
Durante i secoli di governo islamico la tradizione e i costumi di carattere etico-religioso si diffusero rapidamente. Apparirono i primi minareti, da cui sembra derivi il campanile (dapprima inesistente), accanto alle moschee. I nuovi quartieri s'ispiravano allo stile moresco, caratterizzato da ampie case bianche con piccole finestre. All'interno, circondato da un porticato, il patio, un cortile con fontane e piante. Alle pareti compaiono gli azulejos, piccole piastrelle che formano mosaici, mentre il pavimento è ricoperto da tappeti. I musulmani amavano molto la vita sociale. Di solito si riunivano il venerdì, giorno di festa. A queste riunioni partecipavano, separatamente gli uni dalle altre, uomini e donne. Bevevano sciroppi di frutta e tè che i mercanti importavano dalla Cina. Caffè e tabacco erano ancora sconosciuti. Amavano molto la musica e la danza, spesso concludevano le riunioni con declamazioni di versi e stornelli. Gli strumenti musicali più diffusi erano l’arpa, l’oboe, il liuto, il tamburo e la chitarra. Alcuni di essi rappresentarono una novità per l’Italia e l’Europa.
I musulmani tenevano (come tengono tuttora) molto alle buone maniere e il comportamento a tavola era ineccepibile: mangiavano a piccoli bocconi, masticavano bene, ingerivano aglio e cipolla solo se molto cotti, usavano pulirsi i denti con uno speciale legno odoroso. Il gentiluomo musulmano si lavava ogni giorno, si profumava con acqua di rose, si depilava le ascelle e si truccava gli occhi. Per la strada si fermava di quando in quando davanti ai numerosi portatori di specchi per controllare e accomodare la propria acconciatura. Si vestiva con eleganza e non indossava abiti logori o rattoppati. I passatempi preferiti dai gentiluomini erano l’addestramento di animali, il gioco degli scacchi e la caccia. Tra il popolo erano diffusi il gioco dei dadi e quello della tavola reale.
Oltre che nei costumi della vita quotidiana, i musulmani lasciarono profonde tracce del loro passaggio nella cultura: a Palermo sorsero scuole di lingua araba in cui veniva ad esempio studiata la sfericità della Terra e i punti cardinali. Lo studio degli astri era molto diffuso e l'astronomia ne conserva tracce nei suoi termini: azimut, zenit, nadir, ecc. Ancora adesso in Sicilia sopravvivono un pò dovunque modelli di architettura araba e quando questa cultura, dopo l’anno mille, si incontrò con quella normanna nacque la più alta civiltà del medioevo europeo, da cui più tardi derivò quella del Rinascimento.
Anche nell'agricoltura gli arabi portarono innovazioni: le irrigazioni delle huertas (come quelle della "conca d'oro" presso Palermo), colture del cotone, della canna da zucchero e del riso, dell'arancio, coltura della seta, industrie tessili, ceramiche e lavorazioni affini arricchirono l’isola, sopravvivendo sino ai giorni nostri .
Degno di nota è anche il grande sviluppo urbano; i musulmani avevano fissato definitivamente la capitale della Sicilia a Palermo, nel X secolo, città che allora contava circa trecentomila abitanti e che, in tutto l'occidente musulmano, era seconda solo a Cordova. Molti porti sulla costa opposta del Tirreno (Amalfi, Salerno, Napoli, Gaeta) erano economicamente nell'orbita di Palermo e della Sicilia musulmana. La moneta del califfato fatimita era il dinar (spesso imitato altrove), che aveva corso in tutta l'Italia meridionale e la cui circolazione aveva corso legale. Quando la conquista normanna (1061 - 1089) riunì questo territorio musulmano ai territori cristiani d'occidente, gli scambi si fecero più intensi. Le tecniche della coltura della seta e la sua lavorazione arrivano ad esempio nell'Italia settentrionale (Lucca, Venezia).

La Sicilia e l'Italia meridionale acquistarono nell'epoca musulmana conoscenze d'ogni tipo: conoscenze mediche, filosofiche, astrologiche, scientifiche. Questo fenomeno, come già detto, continuerà durante il periodo normanno. In breve, la corte di Federico II, la Sicilia e la Spagna costituiscono i punti più importanti attraverso i quali sono penetrati in occidente gli influssi orientali.

Ma'a as salama.
Gammal
22/01/2008

Caro Asno,
ecco una pillolina di storia, uno dei miei più grandi interessi terreni.

Nell’estate dell’846 una flotta parte alla volta di Gaeta e vi pone l’assedio, ormeggiando probabilmente presso Ausonia ("ad duos leones", secondo le fonti cristiane) e seminando terrore per tutta l’Appia.
Una seconda flotta di rinforzo, 10.000 uomini e 500 cavalieri, sbarca a Ostia e, dopo alcuni scontri fortunati, risale, via fiume e via terra, il Tevere, arrivando a saccheggiare la basilica di S.Pietro; nonostante tale successo, questo secondo gruppo, temendo di rimanere isolato, decide di ricongiungersi, percorrendo l’Appia e passando per Terracina, Fondi e Itri, ai compagni che assediano Gaeta.
Quest’ultima, nell’847, è costretta a chiedere aiuto ai napoletani, per cui gli arabi, non prima di aver depredato anche il cassinate, trovatisi a corto di rifornimenti, decidono di ritirarsi. Ma, a causa del maltempo e in attesa di condizioni atmosferiche favorevoli, sono costretti a chiedere asilo alla stessa Gaeta.
Questo episodio ci dà un’idea di quali potessero essere i rapporti fra cristiani e musulmani, in quel tempo: è lecito ipotizzare infatti che sia i porti italiani che quelli nord-africani fossero frequentati da ciurme multi-etniche e inter-religiose; questo faceva sì che, anche in periodi di conflitto, il commercio non si arrestasse; anzi, le razzie probabilmente avevano l’unica conseguenza di sostituire le merci tradizionali (tessuti, spezie e in seguito anche grano) con la merce umana, nient’altro. E ciò, nel rispetto reciproco.

Ma'a as salama.
Gammal